L’inflazione si scalda sul gas

Rispetto al minimo del 2020 il rincaro in Europa è stato del 2000%, molto più che nel resto del mondo. Questo e altri fattori, sia di offerta che geopolitici, fanno dubitare che il rientro possa essere relativamente rapido, e ciò pone alla Bce problemi difficili da affrontare

Dopo anni di relativa tranquillità, l’inflazione è tornata a rialzare la testa. L’aumento dei prezzi, iniziato dapprima lentamente nella scorsa primavera, ha subito un’impennata in inverno e ancora non accenna a fermarsi. Occorre dire che il fenomeno interessa soprattutto il mondo occidentale. Attualmente l’inflazione viaggia infatti attorno al 7,5% negli Stati Uniti e oltre il 5,5% in Europa, Italia compresa, mentre in Giappone è sotto l’1% e in Cina a dicembre 2021 risultava pari all’1,4%, addirittura in calo di nove decimi rispetto a novembre.

Questi diversi andamenti dipendono da più fattori. Innanzitutto, i dati sulla crescita evidenziano un’accelerazione nel quarto trimestre dell’anno scorso sia negli Usa (+5,5% contro il 4,9% del terzo trimestre) che nell’area dell’euro (4,6% contro il 3,9% del terzo). In Cina invece il Pil del quarto trimestre è aumentato meno rispetto al terzo (8,1% contro 9,8%). Si tratta sempre di valori molto più alti dei nostri, che però vanno letti assieme ad altri indicatori, come la frenata delle costruzioni e il giro di vite sulla finanza, decisi in entrambi i casi dal governo cinese dopo anni di espansione alimentata da fattori speculativi. A questo si aggiungano i severi lockdown locali imposti dalle autorità per spegnere i focolai di pandemia.

Gli Stati Uniti sono quelli che, confidando sull’efficacia dei vaccini e su una politica fiscale molto espansiva, hanno spinto più di tutti sull’acceleratore della ripresa, provocando alla fine, come alcuni temevano, un surriscaldamento dell’economia con conseguente aumento dei prezzi. Ciò ha determinato l’intervento della Fed, che ha dato il via a un graduale programma di aumento dei tassi d’interesse per raffreddare le spinte inflazionistiche.

La situazione dell’Europa è in parte diversa. In comune con gli Usa, tra i fattori che alimentano l’inflazione, vi sono le strozzature mondiali dell’offerta, specie per quanto riguarda le forniture di semiconduttori, e l’aumento del costo dei trasporti, con i noli marittimi che l’anno scorso sono aumentati fino a 6-7 volte. Sono elementi che comunque si dovrebbero gradualmente riassorbire nel corso del tempo. Rispetto agli Usa la crescita della domanda è più contenuta. Il fattore determinante dell’inflazione europea è invece rappresentato dall’aumento dei costi dell’energia, che è avvenuto anche negli Stati Uniti, ma in misura minore.

Secondo il Rapporto Cer n.3/2021, i prezzi delle energie fossili sono aumentati del 101,8% nel 2021. Il prezzo del petrolio è quello che è cresciuto meno di tutti (+63,8% l’anno scorso), mentre incrementi più rilevanti hanno visto il carbone (+110,8%) e soprattutto il gas naturale (+262,6% nel 2021 e +1068% rispetto al minimo di giugno 2020). Il prezzo del petrolio rispecchia l’andamento altalenante che si vede in tutte le fasi cicliche: al ribasso nella fase recessiva, in forte rialzo nella fase espansiva. Diverso è il caso del gas, anche per la struttura del mercato. Mentre infatti nel mercato del petrolio è il cartello dell’Opec plus - rappresentato dai Paesi Opec cui si sono aggiunti i Paesi produttori di petrolio non Opec, tra cui la Russia – a regolare l’offerta in base alle fluttuazioni della domanda, il prezzo del gas naturale viene fissato su tre mercati distinti: statunitense, europeo ed asiatico. Nel 2021 l’aumento dei prezzi più forte è avvenuto sul mercato europeo (+390% che sale a +2000% rispetto al minimo del 2020), a fronte del 316,5% dell’Asia e del 92,5% degli Stati Uniti, che possono contare sul fracking (fratturazione idraulica) interno.

E’ chiaro che su questi rincari, oltre ai fattori di mercato, un ruolo determinante è giocato dai fattori geopolitici. L’Europa in particolare, in cui la quota del gas rappresenta il 25% del proprio paniere energetico (percentuale che sale al 26% per la Germania e al 41% per l’Italia), paga le tensioni geopolitiche tra Russia e Stati Uniti, che hanno portato al congelamento del gasdotto Nord Stream 2 e sono riesplose drammaticamente con la crisi ucraina. Sommando ai rincari del gas quelli del petrolio (balzato dopo l’invasione russa dell’Ucraina oltre i 100 dollari al barile) e tenendo conto delle diverse composizioni dei panieri energetici nazionali, il prezzo dell’energia nel 2021 risulta aumentato, secondo il Cer, di circa il 70% negli Stati Uniti, del 90% in Francia, del 100% in Cina e India, di quasi il 140% in Germania e di oltre il 180% in Italia.

Quanto durerà l’aumento dei prezzi? E’ difficile pensare che un’inflazione da costi come questa possa esaurirsi in pochi mesi. Anche ammettendo una riduzione degli aumenti nella seconda metà dell’anno, nell’area dell’euro l’inflazione 2022 sarà di gran lunga superiore al 2,6% del 2021. La Bce finora ha sostenuto che la crescita dei prezzi al consumo dovrebbe tornare attorno al 2% l’anno prossimo, ma realisticamente non è facile che ciò accada. Per tanti motivi. Innanzitutto la situazione in Ucraina ha già avuto come conseguenza un’ulteriore impennata dei prezzi di gas e petrolio e non si sa bene quello che di qui a domani possa accadere. In secondo luogo, l’aumento del costo dell’energia al momento si è scaricato principalmente sui settori più volatili, come gli alimentari freschi e gli energetici, tant’è che la core inflation nell’area euro a febbraio viaggiava al di sotto del 3%, ma è da attendersi che si estenda a tutta l’economia. In terzo luogo perché non è affatto da escludere, se non una vera spirale inflazionistica prezzi-salari, fortemente temuta dai banchieri centrali, quanto meno un parziale recupero delle buste paga. Il problema è particolarmente scottante nel nostro Paese, dove sono venuti a scadenza numerosi contratti e i salari sono fermi da troppi anni. Per contenuto che possa essere, l’adeguamento dei salari al costo della vita è indispensabile se si vuole che il potere d’acquisto di tante famiglie italiane non scenda sotto il livello di povertà e comprometta l’ancor timido recupero dei consumi. E infine perché la dipendenza dal gas è destinata a durare ancora a lungo ed anzi ad accrescersi a livello mondiale, se pensiamo che Paesi come la Cina e l’India si sono impegnati, nel quadro degli accordi sul clima, a ridurre la dipendenza dal carbone, che nel loro paniere energetico pesa rispettivamente per il 57% e il 55%. L’era della transizione energetica è cominciata per tutti, ma questo non significa che l’energia nella lunga traversata del passaggio dal binomio carbone-petrolio alle fonti rinnovabili costerà meno. Anzi, sarà vero il contrario, ampliando lo spazio delle variabili geopolitiche nel determinare i prezzi delle fonti energetiche, tra cui il gas naturale, considerato un’energia “intermedia” tra le più inquinanti e le rinnovabili.

Che cosa farà la Bce, che finora non ha seguito la Fed nell’aumento dei tassi per non raffreddare la ripresa? Terrà sotto stretta osservazione i segnali provenienti dai salari e aspetterà che si allenti – come tutti sperano – la tensione in Ucraina, ma alla fine sarà probabilmente costretta ad alzare i tassi di riferimento prima di quanto avrebbe desiderato. I mercati già incorporano nei rendimenti dei titoli le attese di un aumento dei tassi. Anche gli spread sono in tensione. Il rialzo dei tassi d’interesse non servirà ad attenuare l’impatto di questa inflazione da costi, contro la quale le banche centrali sono impotenti, e aumenterà il costo del rimborso dei debiti. Ma anche l’inerzia non è vista come un buon segnale dai mercati. Dal whatever it takes di Draghi in poi è stata la Banca centrale europea ad orientare le aspettative, ora i mercati rischiano di prendersi la rivincita. E per le economie europee, già alle prese con le tensioni sul gas russo, sarebbe un altro guaio. 

Mercoledì, 2. Marzo 2022
 

SOCIAL

 

CONTATTI