Una cura per l'anomalia politica dell'Unione

In ordine sparso di fronte alla crisi, ma purtroppo non è la prima manifestazione di impotenza: gli esempi nel recente passato sono numerosi. Gli Stati temono la perdita di sovranità, senza considerare quanta ne hanno già persa di fronte al Moloch della globalizzazione. Torniamo alle "due velocità". O, almeno, puntiamo ad alcuni obiettivi immediati

Non si può oggettivamente sostenere che la politica economica europea abbia disegnato una chiara strategia unitaria di fronte alla crisi mondiale. A parte le esitazioni ed i ritardi della politica monetaria della Bce, che andava combattendo l'inflazione quando la recessione batteva all'uscio (per la verità, era già entrata), le conferenze stampa dei capi di Stato e di governo richiamano sempre più alla memoria le allegre comari di Windsor, mentre i dibattiti a porte chiuse ricordano le baruffe chiozzotte. La politica normativa per quanto concerne la verifica della osservanza dei vincoli di Maastricht, sta toccando vertici di involontaria comicità. Riaffermando con frasi roboanti il rigoroso rispetto di tali impegni, si accettano piani di stabilità apertamente in contrasto (facendo delle eccezioni la regola) o palesemente falsi. Il tutto, principalmente nel caso italiano, ripetendo il mantra dell'allungamento dell'età pensionabile: il che in una fase di crescente disoccupazione, suona quanto meno intempestivo.

 

Purtroppo non è la prima volta che la politica europea - e non solo quella economica - manifesta la sua impotenza. Ricordiamo la prima e la seconda guerra irachena, le varie crisi finanziarie regionali (Argentina, Thailandia, Messico, Brasile, etc.); l'attuazione non del tutto coordinata degli accordi di Schengen, a cui non si è ancora posto rimedio, nonostante le pressanti richieste dei paesi esposti ai flussi migratori via mare, come Spagna e Italia; il fronte non compatto in seno al Wto, per quanto riguarda i problemi della reciprocità e dei controlli di qualità sui flussi commerciali provenienti da Oriente. Di recente l'Associazione industriali di Prato ha formulato l'ipotesi un po' maliziosa che un certo lassismo nell'apertura delle frontiere al tessile cinese sia dovuto ad un atteggiamento benevolmente definito "superficiale" del competente Commissario UE, che è cittadino di un paese che non ha industrie di questo tipo.

 

Ma le vicende che più hanno evidenziato la fragilità della politica economica europea sono collegate a due eventi, entrambi importanti, dei quali il primo è negativo ed il secondo, accolto con entusiasmo, suscita ora qualche perplessità. Il primo è costituito dall'iter faticoso e poi interrotto della nuova Costituzione europea. Si trattava di rafforzare la struttura politica - e quindi decisionale - dell'Unione anche se con proposte che nelle stesure successive divenivano sempre meno incisive. Si trattava - e si tratta, perché non si sono perdute le speranze di un'approvazione collegiale - di pezze a colori su una struttura istituzionale sostanzialmente anomala, come vedremo fra breve. Nonostante ciò, il processo è stato bloccato più volte.

 

Il secondo evento è quello dell'ingresso nell'Unione, in tempi diversi ma ravvicinati, di numerosi paesi dell'Est europeo (si noti che l'Unione è stata per 17 anni con 6 Stati omogenei e nei successivi 33 anni ha pressoché quintuplicato il numero, con Stati molto meno omogenei fra loro). Esso fu salutato con molto entusiasmo da certi ambienti economici che scorgevano prospettive di forte penetrazione finanziaria e di delocalizzazione industriale a costi bassi. Oggi la penetrazione finanziaria si è rivelata una trappola per banche e assicurazioni dei paesi dell'Europa Occidentale, mentre la delocalizzazione penalizza i lavoratori di Francia, Germania e Italia, come dimostrato nel caso dell'Indesit di Torino, che chiude lasciando sopravvivere il gemello stabilimento polacco. Intanto, sempre a Torino, si è inaugurato un grande supermercato rumeno.

 

Secondo alcuni commentatori (come Massimo Riva su L'espresso del 7 marzo), questa debolezza della politica economica europea sarebbe imputabile ad una prevaricazione della politica sull'economia e sulla finanza in senso stretto. Così l'ingresso affrettato dei paesi dell'Est europeo ed anche certe esitazioni in seno al Wto sarebbero frutto di scelte politiche.

 

Ritengo questa tesi infondata. Mi propongo di dimostrare che: a) il cammino dell'Unione sotto il profilo organizzativo e istituzionale è stato anomalo; b) che esso ha generato un mostro politico-amministrativo, in realtà poco gestibile; c) che solo la trasformazione dell'Unione in uno Stato federale, magari da realizzarsi a velocità diverse per gruppi di paesi, potrà evitarne l'esplosione di fronte a questa o ad altre crisi mondiali di vasta portata.

 

Il cammino percorso dalla Cee e poi dall'Unione è stato segnato dall'esito della battaglia che si combatté sin dai primordi fra gli istituzionalisti e i mercatisti. I primi (fra i quali annoveriamo Altiero Spinelli) intendevano muoversi nella direzione di una confederazione, prima e di uno Stato federale, poi. Questa tesi si muoveva nel solco delle precedenti esperienze storiche (dal Sacro Romano Impero all'epopea napoleonica). Esse avevano seguito questa sequenza: unificazione politica, spesso coincidente con il potere militare; integrazione economica, attraverso l'intensificazione degli scambi e unione monetaria. Anche quest'ultima era una conseguenza dell'unione politica, perché la moneta è di per sé simbolo di sovranità.

 

Questo approccio fu subito abbandonato perché prevalsero i mercatisti che scelsero un percorso apparentemente più agevole e più promettente. Partire dall'abbattimento delle frontiere economiche, prima relative alle merci (come lo Zollverein, che nell'800 preparò l'unificazione della Confederazione germanica), poi delle persone e dei capitali, per giungere all'unione monetaria (alla quale, peraltro, non partecipano ancora tutti gli Stati membri), avrebbe garantito un più stretto coordinamento delle politiche economiche e della politica tout court.

 

Fu in questa fase che fiorirono gli studi sulle dimensioni economiche ottime di una unione monetaria, sull'ipotesi dell'Europa a due velocità, nonché quelli preparatori degli accordi di Maastricht. Sul piano decisionale si verificò un proliferare di minuziose normative per la standardizzazione formale degli scambi. Le famose misure dei lamellibranchi citate in un discorso di Craxi alle Camere servivano a ridicolizzare l'aspetto vessatorio di una burocrazia europea sempre più autoreferenziale.

 

La struttura istituzionale dell'Unione è singolare. La Banca Centrale batte moneta e controlla la stabilità creditizia, ma, come improvvisamente si è accorto il nostro ministro del Tesoro, è priva del potere di vigilanza. L'organo legislativo è il Consiglio dei capi di Stato e di governo, su proposta della Commissione, mentre il Parlamento è per ora relegato, in attesa della nuova Costituzione, in una posizione ancillare. E' un meccanismo anomalo che richiama alla memoria quella Dieta polacca che nel '700, con i suoi continui contrasti, favorì di fatto la fine della Polonia come Stato sovrano.

 

Riaffiora periodicamente la nostalgia per il Piano Delors e per la sua proposta di emissione di eurobond (cfr. Ruggero Paladini, qui su E&L). Il Piano coincise con un tentativo della Commissione da lui stesso presieduta di trasformarsi di fatto in un governo tecnico dell'Unione, allora più omogenea. Successivamente il Consiglio si è riappropriato del proprio ruolo istituzionale, svolgendo lo stesso - più che in termini di alta politica - con una conflittualità di interessi di bottega o in chiave elettoralistica delle alterne maggioranze dei singoli governi. La difficoltà tecnica che incontrano le emissioni degli eurobond è quella delle garanzie, che non potendo essere "sovrane" dovrebbero poggiare o sulla Bce o sulla Bei. Ciò ne limiterebbe l'appeal internazionale e anche l'importo.

 

Di fronte alle sfide del futuro si impone dunque un ripensamento critico dell'organizzazione dell'Unione. E' stato ampiamente dimostrato da questa come da altre crisi mondiali che in assenza di una forte struttura politica il mercato, lasciato libero alle sue spinte naturali (animal spirits), non assicura a lungo termine né l'equità, né la stabilità, né lo sviluppo.

 

Si potrebbe forse riesumare in chiave politico-istituzionale anziché economica l'ipotesi dell'Europa a due velocità, creando un nocciolo duro di Stato federale, comprendente i soci fondatori della Cee. A questo Stato federale altri membri potranno gradualmente associarsi, man mano che maturino le condizioni globalmente politiche per una loro adesione, mentre il mercato comune e l'area monetaria rimarrebbero immutate (cfr. R. Donnini, “Strategie della politica economica europea”, Manni Editore, 2004, Capitolo VIII e in particolare pag. 217).

 

Questa Federazione dovrebbe avere alcune essenziali caratteristiche, attualmente carenti nell'Unione. In primo luogo un bilancio federale di dimensioni non inferiori a quelle di altri Stati dello stesso tipo, e cioè non meno di un 20% del Pil rispetto all'attuale, risibile 1,5%. Dovrebbe essere alimentato da tributi federali, senza ricorso alla finanza derivata (contributi dei singoli membri). Il potere legislativo dovrebbe correttamente essere delegato al Parlamento. La Commissione potrebbe rimanere come organo tecnico, anche per curare il raccordo fra Stati aderenti e non aderenti, all'interno dello stesso mercato comune. Occorrerà creare un vero e proprio governo, dotato di una struttura comprendente almeno cinque dicasteri: Esteri, Interni, Economia, Trasporti, Difesa. Dev'essere prevista la creazione di un esercito (realizzando così il vecchio sogno dell'esercito europeo, di cui per ora abbiamo solo dei simulacri a livello di battaglioni) e di una polizia federale. Ciò non comporta la scomparsa degli eserciti nazionali, come dimostra l'esempio degli Stati Uniti, dove i singoli Stati mantengono le Guardie Nazionali.

 

Se questo obiettivo venisse giudicato attualmente irrealizzabile, si potrebbe accantonarlo come ipotesi progettuale cui tendere, puntando comunque ad alcuni obiettivi immediati: il riequilibrio dei poteri istituzionali dell'Unione o di quel gruppo di paesi che vorrà assumersi un ruolo trainante; il rafforzamento del bilancio dell'Unione con imposte proprie; la creazione del ministero dell'Economia; la delega alla Bce del potere di vigilanza sul sistema bancario (recentemente proposta anche da Tremonti).

 

In assenza di un disegno con una forte carica innovativa l'esperienza dell'Unione Europea può interrompersi o trasformarsi in una costruzione illusoria e formale, senza alcun potere di coesione. Si realizzerebbe così l'ipotesi di Paul Krugman, secondo il quale le unioni economiche e monetarie talora acuiscono, anziché attenuare le divergenze fra gli Stati membri.

 

A chi ritenesse eccessivi i sacrifici che comporta la cessione di sovranità ad un organo sovranazionale, si può rispondere che ben più pesanti cessioni di sovranità sono state imposte di fatto ai governi e ai cittadini dagli tsunami economici e finanziari che il Moloch della globalizzazione dei mercati periodicamente scatena.

Domenica, 29. Marzo 2009
 

SOCIAL

 

CONTATTI