Occupazione, gli scricchiolii dietro ai numeri

Nonostante il numero dei disoccupati ai minimi sarebbe sbagliato lasciarsi prendere dall'ottimismo. Il tasso complessivo di attività stagnante e una più attenta analisi dei dati mostrano che la situazione non è affatto positiva
La recente rilevazione Istat sulle forze  lavoro del primo trimestre 2007 ha prodotto, tra l’altro, un singolare effetto: infatti, essa sembra aver consentito a Tito Boeri e Pietro Garibaldi (in seguito, B & G) di recuperare un antico convincimento - unanimemente condiviso dagli addetti ai lavori - che sembrava avessero inteso momentaneamente accantonare. Intendo riferirmi al condiviso giudizio circa l’ingannevole effetto prodotto da una pur forte riduzione della disoccupazione non supportata, però, da altrettanta positività di altri indici quali, ad esempio, il tasso di occupazione e l’offerta di lavoro.

A questo riguardo, parte dell’articolo di B & G, pubblicato recentemente su www.lavoce.info ed integralmente ripreso da uno dei maggiori quotidiani nazionali, ribadisce (oggi) quello che tanti (ma non tutti) sostenevamo - nel corso degli anni dal 2001 al 2005 - rispetto all’opera di disinformazione messa in atto attraverso la enfatizzazione di dati parziali, quali l’aumento del numero degli occupati e la riduzione del tasso di disoccupazione, che, se estrapolati dagli altri indicatori del mercato del lavoro, si prestano ad operazioni di tipo meramente strumentale. Basti pensare a quanta retorica si faceva  ricorso all’epoca per “pubblicizzare” un pur lieve aumento del tasso di attività che, di per sé, può anche rappresentare un semplice aumento del numero dei disoccupati ed a quanto zelo si attingesse per magnificare - attraverso il leggendario aumento di un milione e mezzo di occupati in più - gli effetti prodotti dalla cosiddetta “Legge Biagi”.

In questo senso, è appena il caso di ricordare che il confronto tra le rilevazioni Istat relative al quarto trimestre 2003 - sostanziale entrata “a regime” della Legge 30/03 e del suo decreto applicativo 276/03 - e quelle del quarto trimestre 2005, presentava in termini inequivocabili, nonostante tanta “pubblicità ingannevole” - operata attraverso l’esaltazione del calo del tasso di disoccupazione (- 0,3%!) - una situazione tutt’altro che soddisfacente.

Già all’epoca, quindi, anche B & G - in coerenza alle attuali tesi - avrebbero avuto titolo a preoccuparsi per una situazione che - al pari di quella rilevata attraverso l’ultima indagine Istat - presentava, oltre ad un (ben più contenuto) calo del tasso di disoccupazione, anche un calo del tasso di occupazione, una riduzione del tasso di attività ed una preoccupante contrazione del numero delle persone che, preda del cosiddetto “effetto scoraggiamento”, avevano interrotto la ricerca attiva di un lavoro e non risultavano più tra i soggetti in cerca di occupazione.

Ciò non toglie che l’ultima rilevazione Istat presenta (anche) elementi di una certa gravità e necessita di un serio approfondimento; soprattutto di carattere politico, oltre che tecnico. In questo senso, non va assolutamente ignorato un dato di per sé eclatante. Intendo riferirmi al calo del numero degli occupati che, anche se presenta una variazione tendenziale (rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) di segno positivo (+ 99 mila), mostra una variazione  congiunturale (rispetto al periodo precedente) di segno opposto (- 172 mila). Inoltre, il tasso di occupazione torna ad essere pari a quello rilevato nel primo trimestre 2006, ma cala dello 0,6% in termini congiunturali. Il tasso di attività è in calo rispetto ad entrambe le precedente due rilevazioni; lo stesso dicasi per il numero delle persone in cerca di occupazione.

In sostanza, quella rilevata nel periodo che va dal 1 gennaio al 1 aprile 2007, è una situazione che presenta un solo elemento positivo, se estrapolato dal contesto complessivo. Si tratta del notevole calo del tasso di disoccupazione: meno 1,2% su base annua e meno 0,5% rispetto al trimestre precedente; ma, rispetto a questo, è evidente che un minimo di coerenza impone di evitare le facili strumentalizzazioni da più parti operate nel recente passato!

Proprio in tema di coerenza e senza, per questo, sottovalutare la questione, è il caso di evidenziare che - contrariamente a quanto sostenuto da B & G -in materia di tasso di occupazione, anche per il passato non ci siamo affatto avvicinati agli obiettivi di Lisbona; basti rilevare che l’attuale 57,9% è, sostanzialmente, non molto lontano da quelli registrati negli anni precedenti (percentuale massima raggiunta pari al 58,9, nel secondo trimestre 2006); oggi come ieri, purtroppo, ben lontano dal 70 per cento entro il 2010.

Contemporaneamente, l’Istat fornisce una serie di altri interessanti elementi che, in questa sede, è opportuno evidenziare. Intendo, in particolare, fare riferimento all’aumento del numero degli occupati dipendenti, in termini percentuali, rispetto al numero complessivo degli occupati (esso è pari allo 0,4% su base annua ed allo 0,1% su base trimestrale), nonché all’incremento del numero dei lavoratori dipendenti permanenti che, sebbene ancora lontani dal massimo storico - raggiunto nel secondo trimestre 2006 con 14.801.000 - hanno incrementato il loro valore percentuale, rispetto ai lavoratori a termine, nell’ambito del totale degli occupati dipendenti.

In definitiva, bisogna riconoscere che l’ultima rilevazione Istat, pur presentando, tra gli altri, un dato estremamente positivo, quale la consistente riduzione del tasso di disoccupazione, tanto quello tendenziale, quanto quello congiunturale, evidenzia, in sostanza, una condizione niente affatto positiva.
Il prenderne atto - da parte dell’attuale esecutivo e dell’intera compagine governativa - operando di conseguenza ed evitando di avviare “campagne pubblicitarie”, con annesso “grande bluff sull’occupazione”, di berlusconiana memoria, rappresenterà un passo in avanti, serio e responsabile, nella giusta direzione.
Venerdì, 6. Luglio 2007
 

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