Marcello fra petrolio, Africa e filosofia

Nel corso di una lunga amicizia iniziata negli anni sessanta Colitti ha rivelato aspetti sempre nuovi dei suoi poliedrici interessi. Nell'Eni per 40 anni, come top manager aveva viaggiato in tutto il Continente nero. Ebbe ruoli di prestigio in organismi internazionali. Ha lasciato non solo saggi sull'energia e sull'Eni, ma anche su Spinoza, sulla felicità e un racconto autobiografico.

Il 19 di agosto ci ha lasciato Marcello Colitti, per molti anni collaboratore di Eguaglianza e Libertà. Marcello mancherà all’affetto dalla famiglia e a tanti amici che l’hanno conosciuto, apprezzandone il rigore intellettuale e morale. Scriveva soprattutto delle questioni dell’energia, analizzandone i riflessi nelle relazioni economiche e politiche internazionali. Nella sua lunga esperienza professionale aveva conosciuto direttamente i luoghi e i protagonisti delle vicende che spesso ci appaiono estemporanee e indecifrabili.

I suoi articoli erano generalmente molto brevi. Privi di enfasi, anche quando presentava un’interpretazione dei fatti che rovesciava le analisi e i giudizi della narrazione mediatica corrente. Adoperava pochi aggettivi. Era stato abituato a scrivere rapporti in inglese, una lingua che esige una sintassi rigorosa e un linguaggio chiaro e diretto.

Marcello aveva iniziato la sua lunga carriera nell’ENI, non appena laureato in giurisprudenza. Giovanissimo, era entrato nello staff di Enrico Mattei. Erano gli anni cinquanta della grande trasformazione dell’economia italiana, e l’ENI ne era un elemento centrale. Molte cose cambiarono nell'ENI con la tragica morte di Mattei nel 1962. Ma la sua audace politica petrolifera aveva collocato l’Italia al centro della complessa rete di relazioni economiche e politiche che in quegli anni venivano cambiando gli scenari mediterranei e mediorientali.

Marcello Colitti attraversò quei passaggi storici, occupando ruoli di primo piano nella strategia internazionale dell’ENI che incrociava per molti versi la politica estera dei governi italiani. Dopo aver diretto il dipartimento economico dell’ente, occupò ruoli di prestigio negli organismi internazionali. Fu tra i fondatori dell’ Oxford Energy Policy Club,  presidente dell’Observatoire Méditerranéen de l'Energie, e del Comitato dei consiglieri industriali dell’’Agenzia Internazionale per l’Energia.

Quando nei primi anni Novanta, il gruppo dirigente dell’ENI fu travolto dalle inchieste di “Mani pulite”,sembrò che Marcello Colitti, un dirigente con un’esperienza trentennale, rimasto sempre estraneo ai maneggi dei partiti politici, fosse il candidato più idoneo al vertice dell’Ente. Prevalsero ancora gli interessi e gli scambi politici. Nel 1993 fu nominato alla presidenza dell’EniChem. Il settore petrolchimico dell’ENI, che aveva avuto una nascita e uno sviluppo travagliati, era in grande sofferenza e rischiava la liquidazione. Sotto la sua presidenza, i grandi centri petrolchimici furono profondamente rinnovati e la finanza risanata.

Avevo conosciuto Marcello nei primi anni sessanta. Era socialista vicino ai gruppi di Lelio Basso e Riccardo Lombardi. Lo rividevo di tanto in tanto negli anni successivi, quando andavo a trovarlo nel palazzo di vetro dell’ENI sul laghetto dell'Eur. Era una straordinaria fonte di analisi e di valutazione sulle vicende che toccavano, oltre ai problemi energetici, l’economia e la politica internazionali.

La nostra frequentazione diventò nuovamente assidua negli anni più recenti. Ora i discorsi erano più casuali, senza un preciso filo conduttore. Un po’ banalmente, un po’ come nei tempi passati, continuavo a interrogarlo sugli strani capovolgimenti dei prezzi petroliferi, i massici investimenti americani nelle nuove tecniche di fratturazione degli scisti, l’emersione delle nuove energie.

 Ma, col passare del tempo, venivano alla luce altri lati della sua vasta e sorprendente rete di interessi intellettuali. Dopo aver pubblicato durante gli anni d’impegno diretto nell’ENI uno studio su Le grandi imprese e lo stato (Einaudi, 1972), oltre ai saggi e alle ricerche sui mercati globali delle fonti energetiche, rivisitò criticamente la storia, i successi e gli errori dell’ente di cui era stato per quarant'anni uno dei massimi dirigenti (ENI: cronache dall'interno di un'azienda,EGEA, 2008). Ma i suoi interessi culturali toccavano campi più vasti e, per alcuni versi, sorprendenti, dedicandosi per alcuni anni a un saggio su Spinoza ( Etica e politica di Baruch Spinoza Aliberti Editore, 2010).

Nell’introduzione al libro, scrive con ironico disincanto: ”Ho scritto anni fa un libro sulla felicità che credo nessuno abbia mai letto, ma ciò non m’ha scoraggiato” (Si trattava di La felicità è un'antenna parabolica del  2004). L’autore vuole quasi giustificare la sua incursione in un sofisticato tema della filosofia moderna che investe la ridefinizione del rapporto fra etica e scienza. In effetti, del filosofo olandese lo attrae quella che considera la modernità di una teoria politica al cui centro intravede“la parola chiave democrazia (che) è la stessa parola chiave della vita e della politica di oggi”.Spinoza, scrive,”è stato un uomo straordinario, che in mezzo a mille difficoltà è riuscito forse per primo nel mondo post -classico a disegnare un uomo libero”.

Un grande tavolo al centro di un salotto che era anche la sua biblioteca era sempre invaso da libri, spesso vecchie edizioni della storia e della letteratura europea. Non c’erano televisori. Era chiaro che la sera in una casa grande, ma ormai abitata da solo si dedicava ai libri che continuava a ordinare alle case editrici londinesi, trascurando Amazon. Tra i giornali spiccava la copia del giorno dell’’edizione internazionale del New York Times e l’edizione settimanale del Times Literary Supplement. Alle pareti si potevano ammirare i suoi disegni, acquarelli e dipinti ai quali si era dedicato in passato. Mentre sullo sfondo si poteva percepire, a basso volume, la grande musica barocca che lo aveva sempre appassionato.

Spesso c’incontravamo in un caffè sotto gli alberi che costeggiano il laghetto dell’Eur. Potevano passare delle ore nelle mattine primaverili. A volte la cronaca, diventava lo spunto per andare indietro nel tempo. Marcello aveva un modo di raccontare spontaneamente affabulante, come quando ricordava i suoi incontri con gli esponenti sauditi, signori del petrolio, ma anche membri della Casa reale, o i seguaci degli Ayatollah iraniani.

Nel 2005 aveva pubblicato un libretto con uno pseudonomo:  “No Mama No – Una storia africana” - in realtà un racconto autobiografico di uno dei suoi tanti viaggi africani. Con uno stile favolistico racconta l’Africa insanguinata dalle guerriglie degli ultimi decenni del secolo. Le ultime immagini del suo racconto ce lo mostrano in un viaggio apparentemente misterioso ma drammaticamente reale, che ha come missione il riscatto di un vecchio amico catturato nel groviglio delle lotte tribali.

IL protagonista, si muove presumibilmente fra il Congo e l’Angola, benché il luogo non sia rivelato, su una jeep che attraversa i luoghi della guerriglia, i cui combattenti, sotto il dominio di capi senza scrupoli, sono bambini armati di fucili e machete, addestrati a uccidere. L’uomo che viaggia su una jeep è’ stato annunciato come l’Angelo bianco dagli avventurieri che attendono il riscatto. Passa indenne, erigendosi con la sua inconsueta figura, vestito di bianco, sulla jeep che attraversa i minacciosi confini della guerriglia, come una sorta di sciamano bianco, che i guerriglieri bambini non osano toccare.

Una missione rischiosa, che si conclude con la liberazione del suo vecchio amico portoghese coinvolto nella guerriglia angolana. Un raccionto suggestivo quanto drammaticamente realistico dell’Africa che il “petroliere” Marcello Colitti aveva conosciuto viaggiando in lungo  e largo nello svolgimento del suo lavoro, e ora ci consegnava in una narrazione, drammaticamente realistica, che ricorda l’Africa oscura e drammatica di Joseph Conrad.

Ci mancherà molto Marcello. Lo ricorderemo come una persona straordinaria. Rigoroso nel manifestare il suo pensiero e insieme affabile tra gli amici. Ricorderemo i suoi vecchi abiti di stile inglese, le sue camicie a fiori, il suo papillon, e d’inverno, i suoi cappelli a falde larghe.
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Commenti

Carissimi, vi ringrazio per il bellissimo articolo, che mi dà tanta gioia ma rende ancora più vividi e dolorosi il ricordo di un uomo (e padre) straordinario.Mi mancherà molto la sua capacità di analizzare con quasi crudele chiarezza e sintesi fatti apparentemente indecifrabili, nella politica come nella vita quotidiana.La sua guida era per me, come penso per molti altri, preziosa e insostituibile. Con la scomparsa di mio padre sembra finita un'epoca di speranza per l'Italia. D'altra parte, il suo testamento etico di coraggio e coerente onestà rimarrà sempre vivo nella nostra vita. "L'idea an guida" era il suo motto. Lo faccio mio, come penso e spero faranno tanti che l'hanno conosciuto.
Michela Colitti
Mercoledì, 16. Settembre 2015
 

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