Il Tfr e la lezione americana

Negli Usa la previdenza privata è da sempre molto diffusa, ma negli ultimi anni i Fondi, che erano "a prestazione definita" (cioè l'importo della pensione era prestabilito), sono diventati "a contribuzione definita": in altre parole, il sistema viene ritenuto accettabile solo se si carica tutto il rischio finanziario sui lavoratori. Mettere il Tfr nei Fondi significa appunto questo
In questo caso si può forse dire che non tutti i mali vengono per nuocere. Il rinvio della riforma del Tfr al 2008 è, fra l'altro, uno stratagemma per consentire alle Assicurazioni di mietere adesioni alle forme pensionistiche assicurative che rientrano negli interessi del presidente del Consiglio. Assicurazioni capaci di accalappiare i potenziali clienti con un capillare lavoro porta a porta, offrendo dubbie certezze e offuscandone i costi. Ma il rinvio consente anche di riprendere il discorso sulle tendenze alla privatizzazione del sistema previdenziale, sul destino del Tfr, sul ruolo dei Fondi pensione. Da questo punto di vista, l'esperienza americana può fornire utili spunti per una riflessione più radicale sulle diverse forme che nel tempo hanno assunto i Fondi pensione a capitalizzazione e gli effetti che ne derivano per il futuro pensionistico dei lavoratori.
 
Proprio negli Stati Uniti, infatti, l'idea che i Fondi a capitalizzazione potessero rappresentare la soluzione ai mali che affliggono  i tradizionali sistemi pensionistici pubblici ebbe il momento di massimo splendore nella seconda parte degli anni 90. Erano gli anni nei quali, sotto l'impulso della celebrata "New economy", la borsa offriva rendimenti da capogiro. I teorici della privatizzazione dei sistemi pensionistici, come Martin Feldestein, economista  di Harvard e già capo dei consiglieri economici di  Reagan, vi videro confermato il credo liberista che la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale stavano diffondendo in tutto il mondo. Vale a dire che i mercati finanziari erano in grado, con i loro alti rendimenti, di fornire a tutti pensioni più ricche con minori investimenti di quote di salario.
 
In effetti, non si trattava di una pura invenzione teorica. I regimi a capitalizzazione, con una funzione d'integrazione della Social Security, il sistema pensionistico pubblico, erano già largamente diffusi negli stati Uniti. I sindacati, infatti, contrattavano tradizionalmente, insieme col salario, l'integrazione della pensione pubblica attraverso l'istituzione di un Fondo aziendale o settoriale. La caratteristica fondamentale del Fondo era che esso s'impegnava a versare una pensione integrativa di quella pubblica, la cui entità era predeterminata. In breve, il lavoratore conosceva in anticipo il livello d'integrazione alla fine della carriera lavorativa, secondo la formula "defined benefit". Dunque, sistema a capitalizzazione, ma senza alcun rischio per i lavoratori.
 
Gli anni 90 furono quelli delle vacche grasse. Col boom della borsa, i Fondi si arricchivano e non c'era alcun problema per l'erogazione delle pensioni secondo i livelli contrattualmente concordati. Ma, come succede ciclicamente ai mercati finanziari, il vento cambiò con la crisi della "new economy" e il crollo dei valori azionari. Col capovolgimento dello scenario, un numero crescente di Fondi si trovò sull'orlo del fallimento. In questi casi è previsto l'intervento della Pension Benefit Guaranty Corp., l'Agenzia nazionale di garanzia. Ma con l'estensione della crisi, i cui emblemi furono Enron e WorldCom, il Fondo di garanzia ha esaurito le sue riserve e non è più in grado di fronteggiarla.
 
Lo tsunami abbattutosi sui Fondi negli anni più recenti avrebbe portato al collasso il sistema dei Fondi a capitalizzazione, se non fosse stata riscoperta una soluzione geniale quanto semplice. In sostanza, si tratta di questo. I Fondi pensione di nuova costituzione non sono più basati sul principio di un "beneficio definito", ma su quello della "contribuzione definita". Una variazione lessicalmente quasi impercettibile, col passaggio da "defined benefit" a "defined contribution", ma che comporta una vera e propria rivoluzione nell'assunzione del rischio. In altri termini, il rischio insito nella volatilità dei mercati finanziari, che ricadeva sulle aziende, viene trasferito sui lavoratori. Ciò che essi sanno in anticipo è quanti contributi verseranno nei Fondi collettivi o individuali - i famosi 401(K) - mentre il beneficio pensionistico dipenderà dall'andamento dei mercati finanziari.
 
Un cambiamento che liberando le aziende dal rischio di dover reintegrare le perdite dei Fondi pensione, portando sull'orlo del collasso giganti come la General Motors che detiene un Fondo di 90 miliardi di dollari e deve erogare 7 miliardi di pensioni integrative all'anno. Una volta trasferito l'onere del rischio sui lavoratori, la campagna per la privatizzazione di una parte della Social Security è ripartita alla grande. La partita è gigantesca, trattandosi di trasferire nei Fondi a capitalizzazione una parte dei contributo di oltre cento milioni di lavoratori americani. A Wall Street si calcola che i profitti derivanti dall'attività di intermediazione sarebbero dell'ordine di 40 miliardi di dollari l'anno. Sensibile agli interessi dell'elite finanziaria, Bush ha fatto del passaggio di una parte dei contributi dei lavoratori ai Fondi privati un obiettivo strategico del suo secondo termine di presidenza. Ma la rivolta è stata generale (non solo da parte dei sindacati e del partito democratico, ma anche di una parte dello stesso partito repubblicano), e la proposta dell'Amministrazione è stata per ora bloccata.
 
Ma non meno interessante è stato il dibattito sul futuro del sistema pubblico, che ha accompagnato la proposta dell'amministrazione Bush. La motivazione portata dai sostenitori dei Fondi a capitalizzazione è come sempre il conclamato rischio di insolvenza del sistema pubblico. Ma il caso americano dimostra in modo lampante come la vera motivazione dell'utilizzo generalizzato dei Fondi a capitalizzazione sta in una scelta ideologica e negli interessi delle oligarchie finanziarie. La commissione del Congresso che controlla la spesa pubblica e le previsioni dell'amministrazione della Social Security portano due argomenti contro la pretesa crisi del sistema pubblico. La prima è che il sistema continuerà a registrare un avanzo delle entrate sulla spesa pensionistica corrente per almeno quindici anni, e che un problema di deficit di bilancio non si porrà prima del 2042. La seconda è che il sistema rimarrebbe solvibile per i prossimi 70-80 anni con alcune modifiche nel sistema di contribuzione, come l'innalzamento del tetto contributivo e l'aumento della contribuzione di uno-due punti.
 
Il caso americano è interessante per almeno due ragioni. La prima è che nel paese dove più alta è (o si presume che sia) l'efficienza dei mercati finanziari, il sistema pensionistico a capitalizzazione è ormai accettato solo se il rischio che vi è connesso viene trasferito direttamente sui lavoratori. Il secondo è che la privatizzazione di una parte dei contributi dei lavoratori, col passaggio ai Fondi privati a capitalizzazione, è motivata con il presunto collasso del sistema pubblico con argomenti indimostrati e perfino grotteschi, come lo squilibrio possibile intorno alla metà del secolo, se non addirittura (adottando alcuni ragionevoli  accorgimenti) verso la fine del XXI secolo!
 
Tornando all'Italia, il trasferimento del Tfr nei Fondi pensioni riflette nella sostanza la convinzione che il (basso) livello delle pensioni future possa essere incrementato impiegando una parte del salario  dei lavoratori (nel nostro caso, il Tfr) sui mercati finanziari. Affermare, come si è letto su alcune tabelle forniti dai giornali, che il trasferimento del Tfr nei Fondi garantirà un'integrazione della pensione pubblica del 10 o 12 per cento, significa affermare una cosa indimostrabile. Paradossalmente, un incremento di questa dimensione sarebbe coerente con l'aggiunta del 7 per cento, che è all'incirca il valore del Tfr, alla contribuzione obbligatoria versata all'INPS, accrescendo del 20-25 per cento la futura pensione. I mercati finanziari non possono, invece, fornire alcuna certezza. E questo è tanto più importante, quanto più l'integrazione è indispensabile per evitare una vecchiaia segnata dall'indigenza.
 
L'ottimismo sul futuro dei mercati finanziari e sulla fine delle crisi cicliche non sono nuovi. "Sono in molti a non capire che sono finite le crisi cicliche tipiche del passato. Per quanto mi riguarda sono convinto dell'essenziale e fondamentale solidità della prosperità americana". A pronunciare queste parole, piene di ottimistica fiducia, era il presidente della Federal Riserve, la Banca centrale americana, nel settembre del 1929 - il mese prima della crisi finanziaria che sconvolse il mondo.  In tempi più recenti scriveva l'Economist, insospettabile fautore delle privatizzazioni, che le crisi finanziarie degli anni 90, erano state di tale violenza da sembrare impossibile che potessero ripetersi. "Ma - aggiungeva - questi shock sono sempre più probabili e sempre più violenti. Gli sforzi operati dai mercati finanziari per misurare e valutare i rischi, e i modelli utilizzati a questi fini, probabilmente non fanno altro che accrescere i rischi". Era il 1999, e gli anni immediatamente successivi - dalla crisi di Wall Street a quella argentina - hanno dimostrato la ragionevolezza di questo giudizio.
 
Che i mercati finanziari siano un grande casinò, dove si può vincere o perdere, fu affermato da John Maynard Keynes, che se ne intendeva e, infatti, apparteneva alla schiera dei vincenti. Ma, per Keynes, la Borsa rimaneva un terreno adatto agli speculatori e, non a caso, proponeva una tassa sulle transazioni per frenarne le conseguenze negative.
 
Ora il rinvio determinato dall'inefficienza, mescolata con gli interessi privati, del governo consente due anni per riflettere su ciò che più convenga ai lavoratori. Il Tfr è storicamente uno strumento che stabilisce non solo la quota di salario accumulato, ma anche i benefici attesi che, con misure opportune, possono diventare un'integrazione garantita della pensione. Invece, il passaggio ai Fondi, senza alcuna effettiva garanzia per i lavoratori, ripropone i termini del dibattito in corso in America: se sia giusto spostare sui lavoratori il rischio insito nella volatilità dei mercati finanziari. In altri termini, se sia ragionevole per la generalità dei lavoratori (e non solo per quella parte che voglia volontariamente farvi ricorso) coprire il rischio di una pensione insufficiente, assumendo in proprio il rischio di un investimento finanziario. E' un dibattito che EL conduce da tempo e che vale la pena di continuare e approfondire.
 
Lunedì, 28. Novembre 2005
 

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