I “dilettanti” battono gli esperti

Il duo Di Maio – Salvini ha condotto la partita sulle presidenze delle Camere, battendo Berlusconi mentre il Pd restava fuori campo. Prova di una futura alleanza di governo? Poco probabile: chi accettasse di fare il “socio minore”, come posizione nella leadership o rinunciando e punti caratterizzanti del programma, al prossimo voto la pagherebbe cara. Quanto al Pd, forse Renzi aspetterà che le oggettive e serie difficoltà che attendono il governo, qualunque sia, gli permettano di presentarsi al prossimo giro dicendo “con me andava meglio”

Con una manovra perfetta i “dilettanti” Di Maio e Salvini (e poco importa se la regia sia stata del suo vice Giorgetti: un buon capo è quello che sa chi ascoltare) hanno stravinto la battaglia delle presidenze di Camera e Senato, lasciandosi alle spalle un Berlusconi isolato e smarrito e un Pd mai entrato in campo. Se il buon giorno si vede dal mattino, forse tutti quelli che con sufficienza tacciano di inesperienza i vincitori delle elezioni faranno bene a prenderli più sul serio.

Le due formazioni vincenti – 5S e coalizione di destra, che insieme hanno la maggioranza – hanno convenuto di dividersi le presidenze delle due Camere.  All’interno della destra Salvini ha abilmente ceduto il passo a un esponente di Forza Italia, avendone come contropartita la candidatura del suo Massimiliano Fedriga alla presidenza del Friuli. E qui è cominciata la giostra. Berlusconi voleva Paolo Romani, che però i 5S non avrebbero votato perché ha una condanna in primo grado. Mentre il vecchio leader di Fi si intestardiva sulla sua scelta, senza capire che questo poteva portare a risultati imprevedibili, la Lega ha fatto la mossa decisiva: invece che scheda bianca ha votato la forzista Anna Maria Bernini. In questo modo non ha tradito la scelta fatta all’interno della sua coalizione, ma ha mantenuto l’asse con i 5S (naturalmente i contatti con Di Maio sono stati continui). A quel punto Berlusconi era con le spalle al muro: Romani era fuori gioco, si trattava o di accettare che venisse eletta una persona scelta da altri, oppure di proporre un terzo nome. E così è stato, ed è passata Elisabetta Casellati.

Nel frattempo si votava anche alla Camera, e anche qui non si è sbagliato niente. I 5S hanno formalizzato la candidatura di Riccardo Fraccaro, ben sapendo che sarebbe andato incontro a un veto di ritorsione da parte di Fi. E quindi lo hanno subito ritirato lanciando al successo il candidato vero, Roberto Fico. Altro che dilettanti, una manovra da manuale. Poi sull’esito si può discutere: la Bernini sarebbe stata preferibile alla Casellati, e forse Romani alla Bernini. Ma qui stiamo esaminando la capacità di manovra politica dei due “new entry” che puntano alla leadership del paese.

E’ stata anche la prova generale di una futura alleanza di governo? Tutto è possibile, ma non è probabile. Tra i programmi ci saranno anche punti di contatto, ma i punti caratterizzanti dei due schieramenti, la flat tax della destra e il reddito di base dei 5Stelle, sono sicuramente incompatibili. Certo, potrebbe essere per Salvini la scusa per non adottare una misura che di certo ci metterebbe nei guai, ma il vero ostacolo è un altro: chi farebbe il capo del governo? La destra, che come coalizione ha più voti, non potrebbe cedere Palazzo Chigi e se la Lega se ne staccasse diventerebbe la metà del suo potenziale partner; tanto meno i 5S potrebbero accettare di far la parte del “socio minore”, per giunta con uno schieramento in cui è presente l’esecrato Berlusconi. L’uno o l’altro, alle prossime elezioni andrebbero incontro al disastro.

E veniamo al Pd. Ha detto Carlo Calenda all’assemblea della sinistra dem (tra l’altro: ma che ci fa lui con la sinistra?): "La nostra sconfitta è figlia della crisi dell'Occidente e delle paure diffuse, ma ora andiamo avanti". L’ha detto pure Piero Fassino in tv da Lucia Annunziata: “In tutta Europa i partiti progressisti hanno perso voti”. A quanto pare, è questo il livello di analisi di un Pd che si è affidato al “vice-disastro” (il vice segretario Maurizio Martina), come disse Renzi quando Franceschini, vice di Veltroni, fu designato a guidare il partito dopo che quegli si dimise.

Come ha fatto il Pd a dimezzare i suoi voti, passando dall’ormai mitico 40% delle europee 2014 al 18 e spicci per cento di queste ultime politiche? “Non permetterò che riportino il Pd al 25%”, concionava Renzi come replica alle critiche di Bersani. Promessa mantenuta. Ora non è al 25, ma un quarto al di sotto.

Non capire il significato di quel 40% è stato il suo grande abbaglio, e anche la sua rovina. Certo, oggi è più facile interpretarlo, dopo le prove elettorali in tanti paesi europei. Oggi è chiaro che una parte crescente degli elettorati vota “contro”, ossia contro chi propone la prosecuzione delle politiche messe in atto nel periodo della crisi. Renzi, l’”uomo nuovo”, il rottamatore, era stato evidentemente percepito come quello che avrebbe attuato una svolta: lo slogan “cambio verso” era stato preso sul serio.  “Cambio verso” – era stato inteso – rispetto all’establishment precedente, Ue-Monti-Letta. Certo, i discorsi del giovane premier rampante avrebbero dovuto far capire che il cambio si riferiva solo a un maggior tasso di decisionismo, mentre la direzione restava la stessa. Ma la maggior parte degli elettori non strologa sui programmi, giudica i risultati. E i risultati ci consegnano un paese sempre più diseguale, con una disoccupazione che resta altissima nonostante i trionfalismi ossessivamente ripetuti sulla creazione di posti di lavoro, con la precarietà dilagante, con più persone in povertà o vicine ad esserci e neanche un gran progresso sui conti pubblici, che,  pur essendo l’ultimo dei problemi, lo è nell’immaginario collettivo perché sono gli stessi politici a insisterci in continuazione.

“Abbiamo provato pure Renzi – hanno pensato gli elettori – e non è cambiato niente. Proviamo qualcos’altro”. Di qui il successo di 5S e Lega, i primi davvero “qualcos’altro” (anche se non si sa bene cosa), gli altri completamente riverniciati da Matteo Salvini, tanto da sembrare nuovi. I due partiti prima dominanti, Forza Italia e Pd, ridotti a uno straccio: nemmeno tanto per la consistenza elettorale, in fin dei conti ancora di qualche rilievo, ma perché appaiono ormai come quei vecchi campioni che si capisce che non saranno più in grado di riconquistare il podio.

Ma non era stato solo Renzi – che fino a pochi giorni prima del voto continuava a ripetere “puntiamo ad essere il primo partito” – a non aver capito dove tirava l’aria. Lo stesso era per Silvio Berlusconi, certo di prendere più voti della Lega, tanto da accettare che “chi prende un voto in più – tra i partiti della coalizione di destra – indica il candidato premier”. Le due illusioni hanno prodotto il “Rosatellum”, un sistema elettorale che oggi sembra sia stato fatto apposta per non produrre una maggioranza, quindi insensato; ma che il senso lo acquista se si pensa alla convinzione dei due leader di ottenere risultati molto maggiori, tali da permettere – magari dopo qualche tentativo che fungesse da diversivo ma destinato al fallimento – di fare un governo “alla tedesca” con Pd e Forza Italia. Calcoli che, più che definirli sbagliati – testimoniano piuttosto quanto queste persone fossero avulse dalla realtà.

Ora Renzi vuole fare il gioco che è riuscito tanto bene ai 5Stelle. Niente a che fare con qualsiasi governo, opposizione dura in modo da potersi presentare alle prossime elezioni come nuovi. Trascura un dettaglio, che lui nuovo non è più. Ma conta evidentemente sul fatto che chi prenderà in mano il paese, in queste condizioni di maggioranze incerte e disomogenee, con la fine del QE – e relativo rialzo dei tassi – alle porte, due clausole di salvaguardia da disinnescare (15 miliardi quest’anni, 20 il prossimo), con il probabile scontro con la Ue e magari la fine della congiuntura internazionale favorevole, il bilancio del prossimo governo, qualunque sia, sarà da difficile a disastroso. E allora lui potrà ripresentarsi sulla scena dicendo “noi avevamo fatto crescere il Pil”, e cose del genere. Che intanto vada avanti un progetto di riforma della governance europea, guidato da Germania e (in minor misura) Francia, che ci farà gravi danni e che dovrebbe essere contrastato da un governo forte e con le idee chiare, sembra non interessare.

 

Comunque dovremmo avere ancora qualche mese (ma forse pochi) di relativa tranquillità. Guardiamoci la partita che si gioca sui tavoli della politica e speriamo che non sia l’ultima quiete prima della tempesta.

Domenica, 25. Marzo 2018
 

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