Eurobond non vale una lite, la chiave è la Bce

Il dibatto si concentra soprattutto sull’emissione di titoli, ma non sembra questa la soluzione più adatta per affrontare l’attuale emergenza: non può essere rapida quanto la situazione richiede e comunque creerebbe altro debito proprio mentre quello degli Stati si impenna per la crisi. Dovrebbe intervenire la Bce per fare la stessa cosa delle altre grandi banche centrali

In questi giorni lo scontro in Europa sembra concentrarsi soprattutto sugli eurobond, ossia titoli di debito emessi da una istituzione dell’Unione che godano di una garanzia comune degli Stati e quindi siano considerati sicuri dai mercati e possano essere collocati ad interesse molto basso. Certo una soluzione del genere aiuterebbe, e si collocherebbe nella prospettiva di una Ue che voglia rafforzare i legami al suo interno e procedere in una prospettiva di costruzione di una sempre maggiore unità.

Però gli eurobond, ammesso e niente affatto concesso che si trovasse un accordo per vararli, non si fanno in pochi giorni. Quando la presidente della Commissione von der Leyen parla delle necessarie garanzie non è una scusa per ostacolarli, o per lo meno non solo. Niente che non si possa risolvere – se si volesse – ma non in cinque minuti, come non si fa in altri cinque minuti un piazzamento sul mercato di importi che dovrebbero essere elevatissimi. Poi, bisognerebbe valutare bene se gli eurobond non siano spiazzanti per i titoli pubblici che continueranno ad essere emessi dai singoli Stati; e se le garanzie poste al loro servizio non indeboliscano la posizione patrimoniale degli Stati che le offrono. Insomma, un lavoro tecnicamente complesso che richiederebbe – se per assurdo fossero approvati domani – almeno alcuni mesi. Non è uno strumento adatto per affrontare un’emergenza come quella che ci ha colpito, che richiede interventi immediati.

Lo strumento adatto è uno solo, la Banca centrale europea. Per affrontare l’emergenza gli Stati dovrebbero emettere titoli senza scadenza con un interesse prossimo allo zero, e questi titoli dovrebbero essere acquistati dalla Bce. E’ quello che chiama “monetizzazione del debito”, ed equivale a stampare banconote. I Trattati e lo statuto della Bce vietano, ma in una situazione straordinaria come questa un qualche meccanismo che eluda questo divieto si potrebbe e dovrebbe trovare. Altrimenti, sarebbe come vietare ai pompieri di gettare acqua sulla casa che brucia perché in quel modo si rovina il parquet.

Che questa sia una mossa necessaria lo affermano ormai molti economisti, anche di grande fama come ad esempio Paul De Grauwe, anche quelli che fino a ieri hanno predicato l’austerità, come Francesco Giavazzi e Guido Tabellini. Ma l’elenco sarebbe lungo. Tra i politici, invece, sembra che si abbia paura persino di pronunciare la parola. Posso sbagliarmi, ma mi sembra che solo Stefano Fassina abbia sostenuto da subito e con forza questa soluzione.

L’acquisto di bond senza scadenza da parte della Bce, in una misura che potrebbe essere di almeno il 10% del Pil di ciascuno Stato membro, sarebbe un finanziamento che è possibile attuare nei tempi brevissimi che la crisi richiede e che non aggraverebbe ulteriormente il rapporto debito/Pil, già destinato ad impennarsi per l’inevitabile riduzione del denominatore (ossia del Pil). Inoltre sarebbe a costo quasi zero.

Quali sono gli ostacoli? La vecchia storia che stampare moneta alimenta l’inflazione? Chi lo affermasse oggi si coprirebbe di ridicolo, perché la storia dell’ultimo decennio ha dimostrato che non esiste un legame meccanico tra quantità di moneta e inflazione. Senza contare che ora c’è il rischio opposto, ossia quello di deflazione, contro la quale è assai più problematico combattere. Inoltre c’è da considerare che tutte le più importanti banche centrali stanno facendo proprio questo, a riprova che in questa situazione è la strada da prendere.

Gli ostacoli veri, nell’Unione europea, sono quelli ideologici: se qualcuno farà questa proposta troverà certamente l’opposizione dei soliti “paesi del no”. Ma se l’Italia è riuscita a coinvolgere per la richiesta di eurobond ben 14 paesi, dovrebbe correggere il tiro e convincerli invece di quale sia la strada migliore. Che cosa poi possa accadere è impossibile prevederlo ora, ma stavolta non siamo isolati nell’affermare che le risposte dei “paesi del no” sono del tutto inadeguate ai problemi che incalzano.

Per gli eurobond, poi, ci sarà tempo. Potranno essere una cartina di tornasole per verificare se davvero si vuole procedere nella costruzione europea o se questa Ue dev’essere solo un mercato in cui i vari Stati, invece di aiutarsi l’un con l’altro, cercano di prevalere anche a scapito del vicino.

Venerdì, 3. Aprile 2020
 

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