Disuguaglianze, prime Germania e Italia

Due studi di Bankitalia e Bce fanno il punto sulla distribuzione della ricchezza delle famiglie a la sua evoluzione negli ultimi anni: da noi la condizione del 50% più povero è peggiorata dal 2011, nonostante l’aumento della ricchezza media. In Europa solo i tedeschi sono più diseguali di noi

La Banca d'Italia ha pubblicato l’8 gennaio le statistiche trimestrali sui conti distributivi della ricchezza delle famiglie italiane, contemporaneamente con l'uscita dei dati sull'area dell'euro prodotti dalla Bce. E’ una nuova pubblicazione di carattere trimestrale, che consente di avere dati aggiornati sulla disuguaglianza in termini di ricchezza nell’eurozona. Le statistiche verranno infatti rilasciate cinque mesi dopo la chiusura del trimestre di riferimento. Questo primo numero – I conti distributivi sulla ricchezza delle famiglie: metodi e prime evidenze, a cura di Andrea Neri, Matteo Spuri, Francesco Vercelli – copre il periodo 2010-2022 ed è ricco di interessanti indicazioni relative alla ricchezza netta (differenza fra attività e passività) finanziaria ed immobiliare delle famiglie di venti paesi europei.

Per quanto riguarda l’Italia, le famiglie sono state ripartite in tre gruppi: la classe più povera, ossia al di sotto del 50% della mediana, la classe centrale o intermedia, che comprende le famiglie comprese tra il 50° e il 90° percentile della distribuzione, il 10% più ricco.

La prima cosa che emerge è come la metà della ricchezza degli italiani sia rappresentata dalle abitazioni, con un peso che raggiunge il 75% nella classe più povera. E’ significativo il fatto che, nel periodo 2010-2022 caratterizzato da una generale flessione del prezzo degli immobili, il peso delle abitazioni sia sceso dal 55,8 al 50,2% a livello aggregato e sia invece aumentato, per le famiglie più povere, di 4 punti percentuali. A crescere nello stesso periodo, per l’intero aggregato, sono soprattutto i depositi (dal 10,3 al 13,1%), le azioni non quotate e altre partecipazioni (dal 6,7 al 10,9%), le quote di fondi comuni (dal 3,4 al 6,2%), le assicurazioni ramo vita (dal 4,7 al 7,1%).

Come mostra la Figura 1, tra il 2010 e il 2016 il valore mediano della ricchezza netta scende nel nostro paese da quasi 200.000 euro a poco più di 150.000 per poi rimanere attorno a questa cifra anche negli anni successivi, mentre il valore medio subisce un calo molto più contenuto e poi risale. Nello stesso periodo l’indice di Gini (che varia da 0 a 1 al crescere del grado di disuguaglianza) passa da 0,67 a 0,71 e in corrispondenza la quota di ricchezza netta posseduta dal 5% più ricco aumenta dal 40 al 48%, abbassandosi leggermente al 46% nel 2022.

Per contro la quota di ricchezza detenuta dal 50% più povero passa tra il 2010 e il 2016 dall’8,5 al 6,8%, risalendo di un punto percentuale a fine 2022. E’ interessante notare come l’indebitamento della classe più povera sia rapidamente aumentato dal 2010 al 2014, per poi ridiscendere nel biennio successivo e risalire leggermente dal 2018 in poi ad eccezione della temporanea caduta nel 2020, anno del Covid.

In sintesi, la concentrazione della ricchezza netta in Italia aumenta tra il 2010 e il 2016, per poi mantenersi abbastanza stabile. Secondo la Banca d’Italia, “la dinamica più recente, caratterizzata da una lieve crescita nel 2021 e da una riduzione nel 2022, sembra riflettere principalmente l’andamento dei prezzi delle attività finanziarie detenute dalle famiglie appartenenti al decile più ricco”.

Forse ancora più interessanti sono i dati di confronto europeo. Essi mostrano come non sia comune ai principali paesi europei e all’eurozona la diminuzione della ricchezza netta (mediana) avvenuta in Italia negli anni successivi alla crisi dei debiti sovrani (2008-2010). Fa eccezione la Spagna, che però, a differenza dell’Italia, recupera rapidamente tale caduta, superando, come la Francia, il nostro paese, mentre la Germania che partiva nel 2010 da livelli più bassi riduce significativamente il divario. Ciò induce ad amare considerazioni sulla perdita di ricchezza avvenuta nel nostro paese negli ultimi dodici anni, a differenza di quanto avvenuto in Francia, Spagna e Germania. La Francia a fine periodo dimostra di essere in testa alla classifica sia del reddito mediano che del reddito medio. In altre parole appare come il paese più ricco.

Altri elementi sono però da sottolineare. Se ci concentriamo sulle diseguaglianze, balza evidente come sia la Germania la nazione più diseguale (Figura 2). Non soltanto perché ha l’indice di Gini più alto e perché il 5% più ricco nel 2022 vanta la quota di ricchezza più elevata (48%). Ma anche perché il 50% più povero non arriva a possedere il 3% della ricchezza netta complessiva, quasi un terzo rispetto a Italia e Spagna e circa la metà della Francia e della media dell’area euro. La differenza con l’Italia è data dal fatto che in Italia anche le famiglie più povere in molti casi, come sopra sottolineato, possiedono un’abitazione. Come sottolinea la Banca d’Italia, “alla fine del 2022 le famiglie italiane sotto la mediana detenevano una ricchezza media di circa 60.000 euro, pari a tre volte quella delle rispettive famiglie tedesche”. Alla luce di queste considerazioni, non può stupire il fatto che le famiglie tedesche povere sono pure le più indebitate (nonostante il rapporto tra debiti e attività sia in calo dopo il 2014), mentre quelle italiane sono all’ultimo posto di questa graduatoria.

L’aumento delle diseguaglianze in Germania è evidentemente il frutto di sedici anni di presidenza Merkel, che ha consentito alla parte più fortunata del paese di arricchirsi e di allargare il fossato con la parte più povera. La coesione sociale, che nel bene e nel male ha sempre rappresentato la caratteristica fondamentale del popolo tedesco, il suo principale punto di forza, non può non averne risentito. Questo spiega la forte crescita dei neonazisti di Afd, che nei sondaggi sarebbero ormai il secondo partito a livello nazionale e il primo nell’ex Germania comunista. Per contro l’attuale alleanza governativa, composta da socialdemocratici, verdi e liberali, incapace di prendere alcuna decisione, si trova in una situazione di sostanziale impasse, mentre l’economia arranca e il Pil è prossimo allo zero.

D’altra parte, spostare, in un senso o in un altro, la distribuzione della ricchezza di un paese è un impegno di lunga lena, ammesso che lo si voglia fare. Ma nello stesso tempo rappresenta un tema ineludibile, del quale si dovrebbe parlare in Germania, in Italia e in Europa. I “margini” delle nostre fragili democrazie appaiono sempre più risicati. Le prossime elezioni europee dovrebbero essere l’occasione per discuterne.

Sabato, 20. Gennaio 2024
 

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