Obama e Giuliano l'Apostata

Come l'imperatore romano, il presidente Usa deve combattere il declino della potenza che guida. Sui quattro dossier più delicati - il conflitto arabo-israeliano, la stabilizzazione dell’Iraq, il nucleare iraniano e la crisi Afghanistan-Pakistan - la strada che ha intrapreso sembra essere giusta

Per chi vive a Roma, a contatto della maestà di rovine imperiali, risulta agevole meditare sul declino e la caduta di una grande potenza. Gli Stati Uniti stanno scivolando in quella direzione: incontrano sempre più difficoltà a preservare la loro influenza sui loro “confini imperiali”, in particolare in Asia Occidentale. Giuliano, l’imperatore illuminista detto l’Apostata, combatté strenuamente per fermare il declino di Roma nel IV secolo, ma fallì nella sua missione e cadde trafitto da un dardo persiano sul confine mesopotamico. Obama, il presidente illuminato che alcuni integralisti americani hanno accusato di apostasia, sta affrontando la stessa sfida: potrebbe farcela, ma potrebbe anche finire trafitto da qualche dardo lanciatogli dal vendicativo Cheney.

 

Per ironia della storia, l’attuale “arco di crisi” corre più o meno lungo i confini orientali dell’Impero Romano. Infatti, il presidente americano ha da affrontare contemporaneamente il conflitto arabo-israeliano, la stabilizzazione dell’Iraq, il nucleare iraniano e la crisi Afghanistan-Pakistan: quattro dossier in vari modi interconnessi tra loro e quindi da affrontare con un approccio comune. Scorriamoli rapidamente.

 

Il conflitto arabo-israeliano è la culla delle attuali tensioni con l’Islam, la crisi senza fine che ci siamo stancati di chiamare “processo di pace”. Mai tanti diplomatici hanno consumato così tante calorie per produrre un così misero risultato. Per accendere un fuoco occorre un combustibile e un comburente: nel Grande Incendio divampato fra l’Occidente e il mondo islamico, la frustrazione dei musulmani è il combustibile e l’alterigia di Israele è il comburente. Bisogna smetterla di indulgere alle posizioni estremiste d’Israele: sono costate talmente care agli interessi generali degli americani come degli israeliani, che persino l’Aipac (l’associazione ebraica più influente d’America) ha dichiarato, il 5 maggio scorso, il suo appoggio alla soluzione dei “due Stati”. E il maggior esponente di Hamas in esilio, Khaled Meshal, ha risposto con un segnale positivo da Damasco (“Prometto che faremo parte della soluzione” ha detto, aggiungendo che “il sostegno fornitoci dall’Iran non è condizionato ad alcunché, perché nessuno condiziona le nostre politiche”).

 

Sul fronte iracheno, non si può addossare ad Obama alcuna responsabilità: in tempi non sospetti definì “stupida” quella guerra e coerentemente rifiutò di appoggiare il suo predecessore. Le sue “mani pulite” gli hanno valso un largo credito tra i musulmani d’ogni dove.

 

Il dossier iraniano è senza dubbio spinoso, ma ciò che Teheran vuole non è tanto la leva nucleare quanto il riconoscimento del suo ruolo di potenza regionale e di protettore delle comunità sciite nel mondo. Il solo fatto che la nuova Amministrazione americana abbia accettato di entrare in contatto diretto con Teheran è una mossa intelligente e un gran passo avanti.

 

Circa la crisi afgano-pakistana, non va mai dimenticato che ogni devoto musulmano considera precetto religioso cacciare qualsiasi kafir (infedele) che occupi in armi Dar el-Islam (una terra musulmana). In Afghanistan è accaduto due volte, con l’occupazione sovietica prima e ora con le truppe Nato/Usa; senza contare che soldati americani hanno “dissacrato” il suolo saudita negli anni Novanta (per un pio musulmano è come per un cattolico vedere “i cosacchi abbeverare i loro cavalli nelle fontane di S. Pietro”). La presenza di truppe straniere in quelle regioni ha fatto da levatrice a el-Qaeda e rafforza ora i talebani. Perciò è necessario un piano negoziato di ritiro delle truppe, dato che né la coalizione né i talebani possono avere il sopravvento.

 

Kissinger ha scritto recentemente sul New York Times: “Esiste oggi un’occasione senza precedenti di raggiungere soluzioni integrali, che dipendono però dalla prospettiva in cui si porrà l’Amministrazione Obama. Il suo approccio sembra puntare verso una specie di concerto delle nazioni sul tipo di quello conseguito dopo il 1815, nel quale le grandi potenze collaborano per far rispettare il diritto internazionale”. Di fatto, Kissinger continua a perseguire l’idea di far garantire l’ordine mondiale da una Santa Alleanza di grandi potenze: è stata la sua idea fissa fin da quando presentò come tesi di dottorato un saggio in cui esaltava l’ordine reazionario cesellato al Congresso di Vienna e durato dal 1815 al 1848. Il suo sogno è di spingere Obama a replicare una specie di Congresso di Vienna, nonostante l’oppressione che significò per le piccole nazioni, per la nascente borghesia e per la libertà dei popoli; e infatti la Santa Alleanza sfociò nelle rivoluzioni del 1848.

 

Noi, invece, nutriamo un altro sogno su come sviluppare le relazioni dell’Occidente con l’Islam. Sogniamo che il presidente americano stia sviluppando una strategia in tre fasi:

Prima fase, il Diniego. Il 6 aprile Obama si è presentato al Parlamento turco dicendo “Gli Stati Uniti non sono e non saranno mai in guerra contro l’Islam”.

Seconda, l’Apertura. Il 4 giugno si è presentato al Cairo offrendo un “Nuovo Inizio”. Nell’ultimo decennio – ha detto in sostanza – abbiamo assistito a due narrative sanguinose, la jihad di el-Qaeda e la crociata dei neocons, che sono fallite entrambe: è tempo di aprirci ad un partenariato.

Terza, un Forum concluso con una Tregua Lunga. Ecco il discorso che lui potrebbe tenere al mondo islamico nel suo prossimo viaggio in Medio Oriente.

 

"Sono qui ad illustrarvi la mia idea di partenariato. Vi propongo un Forum in cui i Paesi occidentali e i 57 paesi della Conferenza Islamica si incontrino, in due sessioni separate ma ugualmente legittime: una riservata ai governi, sulla linea del Forum che si riunì ad Istanbul nel 2002 dopo l’attacco alle Torri Gemelle, e un’altra sessione riservata alla società civile (esponenti religiosi, capi fazione, saggi dei clan, intellettuali, imprenditori, ecc.). L’agenda dei lavori può prendere spunto dalla Conferenza di Helsinki sulla Sicurezza e la Cooperazione Europea, che si concluse con pieno successo nel 1975: rispetto per la sovranità di ogni paese, rispetto per i diritti umani e le libertà fondamentali, autodeterminazione dei popoli, composizione pacifica delle controversie, per finire con un appello alla laicità dello Stato".

 
"La Dichiarazione Finale dovrebbe contenere un obiettivo realistico: concordare una hudna tawila (tregua lunga) di dieci anni. E’ questo un concetto persuasivo e comprensibile attraverso tutta la Umma el-Islam (la comunità musulmana), a partire dai clan somali fino ai talebani passando per Hamas e Hezbollah. Per quale ragione non dovrebbe essere accettata una proposta simile? In fondo, gli invasati di Allah stanno ammazzando molti più musulmani che cristiani ed ebrei… Finora si è trattato di una guerra civile inter-islamica piuttosto che uno scontro fra noi e loro .  Inoltre, persistere in questa guerra d’attrito impedisce a tutti quanti di rispondere con la dovuta urgenza alle sfide cruciali cui il mondo è chiamato:

 

•   raggiungere entro il 2015 gli Obiettivi del Millennio concordati all’Onu, tra cui lo sradicamento della povertà estrema;

•   realizzare il disarmo nucleare multilaterale (al Vertice di Praga Usa-Ue Obama ha detto: “Per ironia della storia, mentre è diminuita la minaccia di un conflitto nucleare globale, è aumentato il rischio di un attacco nucleare”);

•   gestire la “crisi delle metropoli”: per la prima volta nella storia oltre la metà dell’umanità vive in aree urbane, ma spesso in condizioni disumane;

•   mitigare gli effetti catastrofici dei mutamenti climatici (Dio solo sa quale pianeta lasceremo in eredità ai nostri nipoti).

Una “tregua lunga” è il minimo a cui dobbiamo tendere per guadagnare abbastanza tempo in modo da rispondere a tali sfide. Tutti noi, cristiani e musulmani ed ebrei, viviamo a tempo contato".

 

Anche gli europei si aspettano che Obama pensi in grande e voli alto. Essendo figlio di due continenti e culturalmente radicato in quattro continenti, è il solo statista al mondo in grado di abbattere le frontiere dell’astio tra l’Occidente e la Umma el-Islam.

 

 

Venerdì, 19. Giugno 2009
 

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