Il testamento biologico e la libertà di un cattolico

“Quella stessa libertà della coscienza che la Chiesa ha accettato in ordine al rapporto del singolo con la verità di Dio e con la società, deve essere accolta nel pensare il rapporto del singolo con la propria biologia ed estesa anche alla deliberazione degli uomini sulla propria vita naturale”

Presto tornerà in discussione in Parlamento il disegno di legge sul testamento biologico. I cattolici si divideranno, per lo più, tra gli “obbedienti” alle direttive della CEI, che addirittura ha sollecitato un voto alle prossime elezioni regionali per i “sostenitori della vita sempre e comunque”, e quanti rivendicheranno l’autonomia e la laicità della politica. A me, credente, queste due opzioni non bastano. Almeno da Don Milani in poi l’obbedienza non è più una virtù, e la “laicità” della politica – pur preziosa perché impedisce la prevaricazione – non sana i miei dubbi. L’argomento è così intenso e ricco di implicazioni, sociali e morali, da interrogare in profondità ogni coscienza. Ma c’è di più: io, cattolico, posso consentirmi di decidere in autonomia, anche in dissenso con le indicazioni della gerarchia ecclesiastica? So bene che molti politici rifuggono da una simile  domanda, contano subito quanti voti mette a rischio una questione così posta. Ma qui si discute di vita e di morte, del senso della vita e della sofferenza, di fede e di autenticità. Si sente un bisogno di verità e coraggio.

 

La responsabilità di questo articolo è solo mia, ma confesso che devo molto agli scritti del teologo cattolico Vito Mancuso, soprattutto “La vita autentica” (Raffaello Cortina Editore) e “Disputa su Dio e dintorni”, uno splendido dialogo tra lo stesso Mancuso e Corrado Augias (Mondadori Editore). 

 

 

La questione

Stiamo discutendo del “Testamento biologico”. La legge deve consentire che una persona possa decidere di dare ai suoi cari, o a chi per loro, indicazioni vincolanti circa il trattamento terapeutico del proprio corpo ove reso privo di sensibilità, di coscienza, di relazioni, o soggetto a sofferenze durissime, prolungate e senza speranze di guarigione? In atre parole: nei momenti ultimi, posso decidere io di ciò che resta della mia vita senza rischiare le fiamme dell’inferno o, più laicamente, senza dover temere un brutale intervento postumo dello Stato su quanti avessero seguito le mie volontà?

Le risposte possibili, tra quanti credono, sono almeno due:
     -      la vita è un dono che viene dall’alto. Dio ha deciso la tua vita, solo Dio può decidere la tua  morte. La sofferenza e la morte sono figlie del peccato originale, dell’umanità colpevole. In tal caso la vita è sacra, non è disponibile per la libertà dell’individuo e la morte deve essere “naturale”;

-         la vita nasce dal ventre della natura, dal suo “principio ordinatore” voluto da Dio: la relazione, l’amore. Dio quindi crea la vita, anche quella dell’uomo, ma non la tua singola personale vita. In questo caso potrà essere la libertà a decidere.

Altri, non credenti, pensano infine la vita umana come il frutto di una evoluzione biologica che disconosce qualunque originario atto divino. Anche per costoro vince il paradigma della libertà.

 

 

La vita e la sua logica

Ma cos’è la vita? Non sono un teologo, un filosofo e neanche un biologo. Ma a queste domande tutti, più o meno consapevolmente, diamo una risposta. Cos’è la vita? E’ una felice giornata con persone care, è Inter-Milan o Roma-Lazio, è uno sguardo al cielo che annuncia tempesta, è una tavola imbandita, è l’amore come passione affetto cura amore, è rabbia gelosia gioia sofferenza amicizia dolore desiderio, è ricerca di senso, è inseguimento della felicità prima, della serenità poi. E’ una infinità di altre cose, comunque è relazione e movimento, fisicità ed emozioni, sentimenti, pensieri.

 

C’è una logica nella vita, nel governo della vita, o meglio: la vita ha “un governo”? Non mi aiutano a rispondere la Bibbia, la filosofia, la teologia, le scienze, la storia e la politica. Mai una risposta univoca. Spazientito e costretto guardo dentro di me, cerco di capire, e mi sembra di vedere questo:

-         non abbiamo potere sulla nostra nascita ma neanche sulla nostra morte, nonostante tutte le pretese della scienza. Ancora oggi, tutte le cose più importanti della nostra vita sono al di fuori del nostro controllo: nascere, avere o non avere fede, amare, morire;

-         affidare a Dio la responsabilità di tutte le cose che accadono, della mia vita e della mia morte, ma anche della sofferenza innocente e del dolore casuale è terribile, ci costringe ad accettare, con Teilhard de Chardin, la “grande Cosa orribile”,  come uno dei volti di Dio, per non “.. soccombere alla tentazione di maledire l’Universo e colui che l’ha creato”, in definitiva per non farci atei. Mi dispiace, non ci riesco. Vedetevela voi teologi, ma per me Dio non può essere questo;

-         molti dicono che nei millenni la storia dell’uomo si ripete, che non cambia niente. A me non pare sia così. E’ vero, ci sono ancora scannatoi in larga parte del mondo. Al governo degli Stati non c’è sempre la virtù. C’è troppo egoismo e poca solidarietà. Eppure se riuscissimo a guardare questa nostra terra da lontano ci accorgeremmo che: le guerre di conquista, con la loro scia di morte e distruzione, sono pressoché bandite; restano sacche di schiavitù ma come residui fenomeni devianti, quando solo qualche secolo fa la schiavitù era la norma; la vita è ovunque più tutelata e la pena di morte è consentita in un numero di Stati sempre più ridotto; le condizioni di vita ancora non dignitose, che pure esistono, sono vissute oggi con vergogna dai paesi ricchi.

 

Sì, io vedo una logica che governa la vita, in tutto questo. Scienza, tecnica, cultura, politica, stanno umanizzando la terra. C’è – sia pure tra mille insoddisfazioni – un sistema di relazioni che sta accrescendo il bene comune. Mi sembra questa, della relazione, del bene comune, la legge che guida il mondo, il “principio ordinatore” voluto da Dio di cui parla Vito Mancuso. Ma questo non riduce in alcun modo la mia individuale solitudine, responsabilità, libertà.

 

 

 

Ma io chi sono?

Sono dunque costretto, dalla libertà che m’è stata data, a tentare una risposta personale alla domanda della quale qui si discute. In definitiva si parla di me, della mia vita e della mia morte. Certo, occorre un buon uso della libertà, per far sì che essa sia autentica. Non è facile, perché questo piccolo Io appare spesso insufficiente, egoista, indisponibile e inutilizzabile per altro diverso da sé stesso. La diffidenza è d’obbligo, mi devo superare, negare. Non è facile anche perché oggi in biologia, ma anche nella religione e nella morale, sembra regnare il  dubbio. Ma in questo mare di incertezze, m’appare un punto solido: nessuno sembra mettere in discussione l’esistenza della coscienza e della libertà, cioè degli strumenti che mi sono dati per la ricerca della verità. Non c’è alcun dubbio che la mia libertà debba ricercare la mia verità, quella che disegna la mia personalità e mi rende autentico. In questo percorso, quando sono incerto, cerco di guardare con onestà alla realtà, alla verità della vita con le sue situazioni concrete, e la faccio vincere.  Perché nessuno è più importante di nessuno al cospetto della verità.

 

 

La verità tra autorità e libertà

Cos’è la verità? Qualcosa di statico, un dato di fatto, una tesi, una dottrina, un dogma, o qualcosa di dinamico, un processo, un evento, una relazione, un sistema? Io penso che noi possiamo solo dare una “interpretazione” della verità, e più c’è amore, attenzione all’altro in questa interpretazione, più ci avviciniamo all’esseza della verità. Però ho bisogno di sostegni. Eccoli. Bonhoeffer: “La parola veridica non è una grandezza in sé: è vivente come la vita stessa. Quando essa si distacca dalla vita e dal rapporto concreto con il prossimo, quando qualcuno dice la verità senza tenere conto della persona cui parla, c’è l’apparenza, ma non la sostanza della verità”. Mancuso: “La verità non si dà senza lavoro umano. “Come diceva Gesù: “chi fa la verità viene alla luce…” La verità si attinge solo quando si ha a cuore l’intero delle relazioni. Essa non è solo esattezza, ma è soprattutto bene e giustizia, cioè saggezza nell’utilizzo del dato esatto. E in essa si può entrare solo con grande intelligenza emotiva e grande umiltà… Sono esclusi i fanatici politici o religiosi … veri e propri asceti dell’idiozia, e talora del crimine”. Lo sentivo, ma non lo sapevo. 

 

E allora: nel caso di un conflitto tra ciò di cui si è convinti e la fedeltà alle indicazioni della Chiesa, cosa fare? Quale è la “verità della vita” nei casi in discussione? Quanto c’è ancora di relazioni, di sentimenti in quei corpi manipolati e silenziosi? O in altri, immobilizzati dal e nel dolore? La Chiesa dice no, non si può. Io ascolto con attenzione il suo magistero. Io voglio la Chiesa, m’ha introdotto alla vita spirituale, neanche questa mia personale ricerca della verità esisterebbe senza la Chiesa. Ma avrà ragione questa volta? Tante volte ha sbagliato, ha avuto eserciti e tribunali, ha condannato e bruciato eretici santi, ha insanguinato la storia, ha ucciso lo spirito per servire la lettera. E’ vero, nulla dura nei secoli senza radici nel mondo e nelle istituzioni del mondo, e in questo radicamento c’è l’appesantimento, l’errore. Ma non bisognerebbe identificare la Chiesa o la fede in Dio con la struttura ecclesiastica di vertice. La Chiesa è anche “quell’immensa fabbrica di bene” sparsa per il mondo che si batte contro le malattie del mondo. Appartiene alla Chiesa chiunque lavori per il bene e la giustizia. Ricordo don Luigi di Liegro: la Chiesa è il popolo di Dio. Anche io sono Chiesa.  E allora mi permetto di pensare: se il sabato è per l’uomo, e non l’uomo per il sabato, l’etica della Chiesa deve servire l’uomo, non una dottrina. Deve alleviare le sue sofferenze. La dottrina sociale della Chiesa ha condannato per secoli le libertà democratiche, la libertà di stampa, e libertà religiosa. Per quel poco che io sono, scelgo di testimoniare affinché prima o poi accada lo tesso sui temi della bioetica.

 

 

Il posto della sofferenza

Concludo questo articolo con una lunga citazione dalla disputa di Vito Mancuso con Corrado Augias (pagg.76-77) :

“Concretamente, cercando di aderire il più possibile alla vita, terribile e insieme bellissima, io penso che:

1)     Il più alto livello della dignità umana consiste nell’esercizio della libertà, compresa quella su se stessi…

2)     Io sono convinto che si debbano accogliere le sofferenze della vita, usandole per compiere sé stessi…:è una delle più grandi opere che un uomo può compiere, forse la più difficile e la più eroica.

3)     Nessuno, però, può costringere un altro a soffrire. Ognuno deve scegliere. E se lo si costringe ha un nome preciso: tortura.

4)     Tanto meno può costringere alla sofferenza uno Stato laico, che deve essere la casa di tutti….

5)     Che cosa vuol dire morte “naturale”? …Io presumo che dietro la dottrina ufficiale ci sia questo modo di vedere…che l’uomo non può essere il padrone della propria vita e della propria morte, perché lo è Dio: è lui che pronuncia la prima e l’ultima parola dell’esistenza. Qui si apre una voragine… Sono innumerevoli i casi di come si muoia assurdamente a causa della natura..” e di come si nasca tra l’assurdo tra “… ovuli fecondati che non si impiantano nell’utero e aborti di embrioni rigorosamente “naturali”.

 

“Io penso che sia laicamente lecita, nonché teologicamente doverosa, l’elaborazione culturale da parte della Chiesa sui temi riguardanti la società e la vita morale dei singoli. Ritengo però l’azione della Chiesa non più lecita, né laicamente né teologicamente, quando la sua elaborazione culturale si trasforma in pressione sui politici… La vita di Gesù non offre il minimo appiglio per azioni di questo genere tipiche di coloro che egli chiamava “figli di questo mondo”… Io credo che la Chiesa cattolica sia chiamata ad accettare l’idea della libertà biologica con la stessa radicalità e con lo stesso coraggio con cui, a seguito del Vaticano II, ha accettato l’idea della libertà socio-politica. Quella stessa libertà della coscienza che la Chiesa ha accettato in ordine al rapporto del singolo con la verità di Dio e con la società, deve essere accolta nel pensare il rapporto del singolo con la propria biologia... ed estesa anche alla deliberazione degli uomini sulla propria vita naturale mediante il principio di autodeterminazione. Si tratta solo di estendere alla natura lo stesso principio di laicità applicato alla storia… Sono convinto che verrà un giorno in cui la mia Chiesa anche a questo riguardo sarà un fattore di equilibrio e di saggezza come oggi lo è sulle questioni sociali, politiche, economiche… Lo spirito è già da sempre al lavoro”.

Come dire meglio di così?

Sabato, 20. Febbraio 2010
 

SOCIAL

 

CONTATTI