Alla ricerca del leader perduto

Secondo alcuni commentatori politici l’esplodere del “caso Lega” segna la fine del leaderismo e questo sembra lasciarli orfani del più diffuso canone di lettura del dibattito politico. Forse è tornato il momento in cui saranno possibili riflessioni meno superficiali e più meditate

Finalmente! Nei giorni immediatamente successivi all’esplodere del “caso Lega” più di uno fra i più autorevoli commentatori dei fatti politici, e qualche sociologo, hanno visto in quella vicenda, al di là della pura cronaca, i segni di una novità rilevante: la sconfitta storica del modello dei “partiti personali”, tanto più dopo la crisi conclamata del partito berlusconiano. In verità già da alcune settimane qualche intellettuale “eccentrico” aveva azzardato, in termini più generali, una riflessione sulla uscita dal “leaderismo” quale modello culturale regolatore dei rapporti sociali.

Si tratta di segnali, o poco più, ma contengono una novità vera ed importante; una novità da accogliere con sollievo, come una salutare boccata d’aria fresca. E da coltivare, perché ancora fragile. Fosse pure solo per pigrizia culturale, i più, fra gli “opinion makers”, continuano ad eludere la questione, o a negarla con fastidio, se qualcuno la propone come terreno di confronto. In verità le ragioni di tale atteggiamento conservativo e miope sono profonde, radicate; attengono essenzialmente al fatto che per lo più le “grandi firme” dell’editorialistica quotidiana, degli  insopportabili (tutti) salotti politico-mediatici, dei programmi televisivi “intelligenti”, sono, essi, culturalmente e professionalmente costruiti sul modello della “società leaderistica”. Fuori da quel contesto smarriscono i parametri di giudizio, forse la loro stessa identità.

E ad osservarli, ascoltarli o leggerli attentamente, si capisce benissimo. Boccheggiano. E scatta un riflesso difensivo che si verifica sempre più frequentemente: i molteplici salotti politico-televisivi, fino a poco fa colpevolmente inzeppati di replicanti ululanti dei “leader carismatici” (così definiti dai “conduttori saggi”), sono oggi frequentati sempre più, con partecipazioni incrociate, dagli stessi conduttori, l’uno al programma dell’altro. A loro volta i quotidiani pubblicano ogni giorno qualche decina di editoriali politici. La grande informazione sta diventando un commentario; l’autore, cioè, vi si propone come protagonista degli stessi avvenimenti che intende narrare e commentare ad un tempo. Insomma: se il leader carismatico non c’è più bisogna costruirselo, e se la materia prima scarseggia bisogna surrogarla; perchè si è modellata la funzione della informazione, e la soggettività stessa dei singoli operatori, su quel modello di relazioni sociali e perfino interpersonali.

E così succede –qualcuno può smentirlo?- che pressoché tutti questi pensosi commentatori oggi sono accomunati da un sussiegoso disprezzo per qualsivoglia evoluzione del dibattito politico reale. Tutti assumono le sembianze dei “saggi della montagna”. Da destra e da sinistra; filo-berlusconiani fino a ieri e anti-berlusconiani accaniti, lo stesso registro, la stessa intima nostalgia velata dei tempi in cui erano sulla scena i veri “grandi leader”. A partire da Berlusconi, inevitabilmente. In realtà pare essere, più che altro, la ricerca della propria identità perduta da parte degli operatori della informazione.

Ma qui sta il punto. Ciò che, forse ed auspicabilmente, sta accadendo riguarda inevitabilmente tutti. Ci dice che i rapporti sociali possono davvero essere diversi. Non è vero che nella società del “tempo reale” siano inesorabili l’individualismo e, quindi, il leaderismo nell’esercizio delle pubbliche funzioni. E dunque anche la diffusione dei saperi e delle informazioni può avere cadenze e modalità espressive più riflessive ed intelligenti, più inclini anche al dubbio e allo spirito di ricerca. Diversamente si coltivano, consapevolmente o no,  sommarietà, improvvisazione (non voglio usare il termine di “antipolitica”). Ciò che, forse ed auspicabilmente, sta avvenendo apre il campo della ricostruzione del senso civico, della partecipazione consapevole e volontaria per tutti, e impone nuovi comportamenti  innanzitutto a coloro la cui attività comporta oggettivamente l’esercizio di una funzione di orientamento. Tutte le appartenenze culturali, qualunque idea di società e di futuro non solo hanno cittadinanza in tale processo, ma devono assumere responsabilità per dare forma a nuovi codici anche nell’esercizio della dialettica politica. Che il fare informazione sia attività situata nel cuore di questa problematica, è del tutto ovvio. O dovrebbe esserlo.

Mercoledì, 18. Aprile 2012
 

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