Tasse, un taglio all'intelligenza

Breviario in dieci punto su ciò che tutti sanno, o dovrebbero ormai sapere, sul problema fiscale nel nostro paese. Sbaglia il centro-sinistra a inseguire Berlusconi su suo terreno

Nella vaudeville che vede impegnati il premier ed i suoi aiutanti di campo sul tema delle tasse un punto appare sempre più chiaro: l'intervento in materia non è motivato da ragioni  riconducibili alla congiuntura economica, ma soprattutto da marketing elettorale. Il fatto che qualche indomito ultrà della destra continui a ritenere che il taglio delle imposte possa dare una "scossa" ad una economia stagnante (in realtà in declino!) non deve stupire. Anche la destra ha i suoi "giapponesi nella giungla" che continuano a combattere una guerra immaginaria. Oppure si tratta semplicemente della conferma di quanto sosteneva Voltaire. E cioè che: "Si dice una sciocchezza, e a furia di ripeterla si finisce per esserne persuasi".

In attesa di registrare i risultati della manovra che non tarderà a manifestare la sua natura demagogica ed elettoralistica, penso sia utile provare a capire, con qualche sintetica considerazione, i termini essenziali della "questione fiscale".

1) Lo shock economico che, secondo Arthur Laffer (consigliere economico di Reagan), verrebbe prodotto dalla riduzione delle tasse, per ora si è verificato solo nella "curva di Laffer". La tesi teorica è infatti rimasta tuttora priva di conferme pratiche.

2) In effetti, la riduzione delle tasse attuata da Reagan non ebbe gli effetti espansivi attesi e nemmeno l'ipotizzato "rimbalzo compensativo" delle entrate immaginato da Laffer. La diminuzione delle imposte attuata da Reagan fece aumentare soprattutto il deficit ed il debito americano e molto poco l'economia. Malgrado il ciclo favorevole. Paradossalmente, infatti, quando Clinton ha aumentato le imposte il risultato è stato: ritmo più sostenuto di crescita e trasformazione del deficit di bilancio, ereditato da Regan, in avanzo. La stessa situazione si è ripetuta con la presidenza Bush: minori imposte e ritmo di crescita del 2,5 per cento, contro il 3,9 per cento in media negli anni della presidenza Clinton. In compenso l'avanzo di 250 miliardi di dollari (che Bush ha ricevuto in eredità da Clinton) in meno di quattro anni si è trasformato in un disavanzo di 500 miliardi. Che, sommato all'esplosione del deficit della bilancia commerciale americana, spiega anche il crollo del valore del dollaro.

3) L'affermazione di alcuni volenterosi supporter del governo che i paesi che hanno tagliato le tasse crescono più dell'Italia non trova particolari riscontri nella realtà. Non è un caso che i paesi del Nord Europa, dove le tasse sono maggiori delle nostre, abbiano un ritmo di crescita superiore al nostro. Naturalmente dedurne che l'economia riesce a camminare più speditamente dove le tasse sono più alte, è una sciocchezza. Analoga, anche se opposta, alla tesi sostenuta dagli aedi berlusconiani.

4) Dovendo rispettare i vincoli europei, il governo assicura che la riduzione delle tasse avrà una congrua copertura. Questo è del tutto dubbio. Una cosa però è già chiara fin d'ora: la riduzione delle tasse e il mantenimento dell'offerta pubblica dei servizi senza aumento del deficit è impossibile. Perché contrasta sia con la logica che con l'aritmetica.

5) Ammesso e non concesso che l'attuale maggioranza riesca ad escogitare qualche gioco di prestigio contabile per far credere (agli italiani ed all'Europa) che la manovra abbia un'effettiva copertura la domanda è: a che serve? La risposta è: a nulla. Quanto meno sul piano economico. Perché se la riduzione delle tasse può produrre un aumento della domanda privata, compensata però da una corrispondente diminuzione della domanda pubblica, alla fine la domanda aggregata resta esattamente quella che era prima che venisse messa in moto la giostra. Trascuro naturalmente le conseguenze redistributive. In ogni caso, anche facendo finta di  prendere per buone le assicurazioni del governo che la manovra non comporterà una "macelleria sociale", è evidente che essa può essere spiegata solo con un approccio ideologico. Infatti, secondo la vulgata della destra, imporre allo Stato una cura dimagrante farebbe comunque sempre bene. L'altra spiegazione plausibile, e forse preminente nel nostro caso, può essere quella di un calcolo elettorale. Al di fuori dalla propaganda, non esiste nessuna vera motivazione economica.

6) La cosa è talmente evidente che persino alcuni esponenti del centro-destra non hanno potuto esimersi dall'ammettere (a mezza bocca) che la riduzione delle tasse può produrre qualche effetto economico anti-ciclico solo se venisse finanziata in deficit. Insomma più o meno quello che hanno fatto, prima Reagan ed ora Bush. E' però una posizione che difficilmente riuscirà a fare proseliti. Primo, perché c'è una differenza abissale (dal punto di vista economico, politico e militare) tra l'Italia e gli Stati Uniti, ed il finanziamento in deficit della riduzione delle tasse rischia di produrre un immediato peggioramento del "rating" del debito italiano. E poiché ogni punto in più di interesse sul debito  vale 15 miliardi di Euro, non è necessario essere esperti di finanza pubblica per capire che questa è la strada che porta diritti al disastro. Secondo perché (fortunatamente!) l'Europa non ce lo permette.

7) Tuttavia, il Premier ed i suoi consiglieri cercano di differenziarsi da questa impostazione più nella forma che nella sostanza. Si deve  infatti inscrivere in una analoga logica l'offensiva politico-diplomatica del governo Berlusconi per allentare il vincolo, derivante dal trattato di Maastricht, a non superare il tre per cento di disavanzo pubblico. Malgrado tutte le assicurazioni in contrario, la sua speranza resta, infatti, quella di riuscire a ridurre le tasse senza la scomodità di dover fermare la spesa. Quanto meno non nella stessa proporzione. Sappiamo bene che in Europa si discute da tempo di rivedere il Patto di Stabilità. Sappiamo anche che lo stesso Prodi, in una intervista a "Le Monde", lo aveva definito "stupido". Ma una cosa è sostenere (come pensa non solo Prodi, ma anche le cancellerie di diversi paesi europei) l'opportunità di ampliare le possibilità di intervento a sostegno della crescita economica, degli investimenti in infrastrutture e ricerca, della promozione della "economia della conoscenza" (fissata quattro anni fa come obiettivo ambizioso, e persino un po' velleitario, al vertice di Lisbona). Altro è lasciare invece maggiore libertà di disavanzi correnti. E tanto meno soccorrere le esigenze elettorali di questo o quel governo.

La differenza è evidente anche a occhio nudo. Un conto, infatti, è finanziare con debiti investimenti che possono essere rimborsati con il reddito che essi sono in grado di generare. Ben altri effetti ha invece finanziare con debiti una riduzione delle entrate correnti. Questa sostituzione di tasse con debiti oggi non è possibile. Immagino che non sarà possibile nemmeno in futuro. Perché se anche gli aspetti "stupidi" del Patto verranno modificati, è piuttosto improbabile che siano introdotti correttivi per consentire dilatazioni del deficit corrente, o peggio indulgenze verso quei paesi (Italia per prima) che non riescono a ridurre il debito ed in compenso vogliono ridurre le tasse. Considerando questa operazione un necessario coadiuvante alla salute elettorale della maggioranza.

8) Questo cosa significa? Che le aliquote fiscali italiane non possono essere toccate fin tanto che il nostro debito pubblico continua a volare ad un livello superiore al valore del Prodotto interno lordo? Non è detto. Perché si possono benissimo ridurre le aliquote ed aumentare le entrate fiscali. Non facendo affidamento sulla immaginifica "curva di Laffer", ma incominciando a correggere le molte cose che non vanno nella politica fiscale italiana. A cominciare dal fatto   che le attuali aliquote fiscali sono reali per alcuni e virtuali per altri. Sono, infatti, reali per coloro ai quali il prelievo viene effettuato alla fonte (lavoratori dipendenti e pensionati) e virtuali per quasi tutti gli altri (imprese, artigiani, commercianti, professionisti). Che perciò, in proporzione al loro reddito, possono pagare assai meno del dovuto.


Sarebbe quindi indispensabile una perequazione. Non esiste, infatti, alcuna ragione accettabile che possa giustificare il fatto che il costo dell'aggiustamento economico-finanziario del Paese viene messo a carico di lavoratori e pensionati. In ogni caso, la prima condizione per "pagare meno" è che si incominci a far "pagare tutti". A questo fine credo che sarebbe di aiuto se l'opposizione, invece di inseguire la maggioranza sul terreno delle sue promesse elettorali, incominciasse a spiegare agli italiani che la politica fiscale della maggioranza va semplicemente respinta. Perché, invece di correggerle, comporta  un intollerabile aggravamento di diseguaglianze ed iniquità.

C'è un dato che bisogna sempre tenere presente. A causa della evasione, elusione, erosione, un quarto del reddito prodotto riesce a sfuggire al fisco. E' inevitabile? Ovviamente no. Visto che in altri paesi le cose vanno in tutt'altro modo. La peculiarità del caso italiano ha quindi una precisa spiegazione. Da noi gli evasori possono contare su un complice: lo Stato. Situazione non destinata a cambiare. Considerato che il presidente del Consiglio non esita a dare la propria pubblica approvazione a quanti possono autoridursi le tasse. Considerato inoltre che la maggioranza parlamentare non manca di aggiungervi il proprio incoraggiamento varando norme che chiudono un occhio sul falso in bilancio, o promettendo l'eliminazione dei registratori di cassa e degli scontrini. Mentre, si guarda bene dall'adottare qualunque misura che possa mettere in contrasto gli interessi e ridurre l'area dell'evasione. Come, ad esempio, tra chi deve avere la fattura per le prestazioni ricevute e chi dovrebbe invece rilasciarla.

Naturalmente, nessuno è così ingenuo da pensare che la riduzione dell'evasione, dell'erosione e dell'elusione fiscale sia politicamente indolore. Di una cosa si può però essere assolutamente certi. Per realizzare una politica fiscale più equa, o anche soltanto un po' meno diseguale non c'è da inventare niente di sconvolgente. Basta dare una occhiata a quello che si fa in altri paesi. Non si fa fatica a capire le ragioni che inducono la maggioranza a non considerare questa una sua priorità. Si capisce di meno perché l'opposizione continui ad essere distratta da altri problemi.

9) Per sforbiciare le aliquote Irpef, ma soprattutto per assecondare propositi di sviluppo, occorre anche modificare sensibilmente i criteri di prelievo. E' infatti improbabile che possa essere conseguito un risultato utile ai fini della crescita perpetuando una politica fiscale che privilegia la rendita e penalizza i redditi. Anche questa è una singolarità italiana. Perciò, prima si incomincia a correggerla meglio è.

10) Anche se solo indirettamente riconducibile al dibattito ed alle polemiche di questi giorni sui tagli fiscali, c'è un'ultima considerazione che mi sembra valga la pena di tenere presente. Quanto meno a futura memoria. Nell'abbondante letteratura sui diversi sistemi elettorali  è stata spesso proposta la tesi che i governi espressione di maggioranze basate sul sistema maggioritario, anziché proporzionale, sono in condizioni di fare una politica fiscale più ordinata e sono più capaci di rispettare i vincoli di bilancio. Guardando all'attuale stato dell'arte sembra evidente che, almeno nel caso italiano, la tesi non trova conferma. Berlusconi docet. O no?

Venerdì, 17. Dicembre 2004
 

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