Età di pensione, nell’Ue ora non ci batte nessuno

Dopo tutte queste riforme restiamo al lavoro più a lungo di tutti. Nella manovra previdenziale l’equità fa acqua, anche su punti che il ministro Fornero aveva evidenziato quando era solo una studiosa. I risparmi più consistenti dalla drastica revisione del pensionamento anticipato. E per i giovani niente anche stavolta

(secondo di quattro articoli – qui il precente)

 

L’equità dell’intervento sulla previdenza, secondo il governo, starebbe oltre che nella natura specifica di alcune misure, nella riduzione della spesa pensionistica che andrebbe a vantaggio dei giovani. E’ da osservare che non c’è stata riforma pensionistica dal 1993 ad oggi che non sia stata giustificata in questo modo. Ma in nessuna riforma, compresa l’ultima, vi sono stati interventi specifici a favore dei giovani. Tutte le riforme hanno in primo luogo peggiorato le regole pensionistiche che li riguardano.

 

E’ indubbiamente vero che una riduzione della spesa riduce, a parità di altre condizioni, il debito che graverà sulle generazioni future, ma da questi tagli non sono mai derivati interventi volti a migliorare le regole di pensionamento delle generazioni future.

Monti-Fornero sono intervenuti sul sistema pensionistico e sull’indicizzazione delle pensioni. Il taglio per due anni delle pensioni da indicizzare ha motivazioni esclusivamente di cassa, dato che non incide sul sistema pensionistico. Ha, tuttavia, effetti strutturali sulla spesa: i risparmi prodotti incideranno sulla spesa pensionistica fino alla cessazione delle pensioni interessate. La prima ipotesi formulata dal governo, con l’indicizzazione limitata alle pensioni fino a due volte il minimo, avrebbe determinato una riduzione di spesa di 3,8 mld nel 2012 e di 6,7 mld nel 2013 e negli anni successivi. L’estensione dell’indicizzazione a tre volte il minimo porta ad una riduzione di spesa pari a 2,5 mld nel 2012 e a 4,2 mld negli anni successivi. Il minor taglio della deindicizzazione è stato in buona misura coperto da un ulteriore incremento di entrate contributive a carico degli autonomi.

 

Non è la prima volta che i governi intervengono sulla indicizzazione delle pensioni, ma è la prima volta che è modificata l’indicizzazione per le pensioni inferiori a cinque volte il minimo. Quest’ultima soglia aveva sempre rappresentato un discrimine tra le pensioni basse e quelle considerate alte. Cinque volte il minimo è pari a 2.342 euro lordi che corrispondono a 1.794 euro netti. Gli interventi precedenti di modifica o taglio dell’indicizzazione si erano sempre fermati qui.

 

La studiosa Fornero in un articolo sul Sole24ore di commento alla manovra estiva 2011 di Berlusconi che interveniva sull’indicizzazione sopra cinque volte il minimo giustificava da un lato questa misura in quanto si limitava alle pensioni alte, in genere non corrispondenti ai contributi versati, ma la criticava dicendo che un contributo di solidarietà che si riferisse oltre che a queste anche alle pensioni baby o di reversibilità sarebbe stato più corretto. Condivido il giudizio di allora del ministro, peccato che se ne sia dimenticato nella manovra. Tra tre e cinque volte il minimo, ossia tra 1.160 e 1.794 euro netti mensili, si trova gran parte delle pensioni dei lavoratori dell’industria e del pubblico impiego. Sotto il limite di tre volte il minimo si trovano gran parte delle pensioni baby e delle pensioni degli autonomi. E’ difficile capire l’equità di un intervento che taglia l’indicizzazione delle pensioni medie e medio-basse e tutela le pensioni di chi ha scelto di smettere di lavorare con pochi anni di contribuzione o di chi ha versato per propria scelta pochi contributi. L’errore sindacale è stato quello di aver posto l’accento sulla difesa delle pensioni basse, che non sono necessariamente tutte da tutelare. Un contributo di solidarietà sulle pensioni sopra cinque volte il minimo, sulle pensioni baby e su chi ha goduto di un’aliquota contributiva bassa sarebbe stato molto più equo, anche secondo il pensiero estivo del ministro del Welfare.

 

L’aumento di contribuzione degli autonomi è uno degli aspetti positivi della manovra. Nel sistema retributivo gli iscritti alle gestioni degli autonomi, da anni in crescenti deficit, hanno sempre goduto del vantaggio di avere un sistema di calcolo delle pensioni simile a quello dei dipendenti ma con una aliquota contributiva nettamente inferiore. L’aumento delle aliquote contributive fino al 24% sana tardivamente e solo parzialmente questo privilegio e aumenta in prospettiva le loro pensioni nel sistema contributivo. Anche il contributo di solidarietà imposto agli iscritti ai regimi speciali confluiti nel Fpld (il Fondo dei lavoratori dipendenti) è da giudicare positivamente (era stato introdotto anche dall’accordo sul Welfare del 2007 ma mai applicato), vista la situazione di pesante deficit di queste gestioni. Semmai si può osservare che gli importi dei contributi posti nelle singole gestioni non corrispondono alla gravità dei singoli deficit; molto limitato appare il contributo a carico degli iscritti all’ex Inpdai vista la voragine crescente del bilancio della gestione.

 

Le motivazioni indicate per l’introduzione di questo contributo di solidarietà stanno nel fatto che i pensionati di questi fondi “sono avvantaggiati da regole di maggior favore rispetto a quelle dell’assicurazione generale obbligatoria”. Motivazione pienamente condivisibile, tuttavia in una situazione simile si trovano i pensionati delle gestioni degli autonomi, oltretutto in deficit. Anche per questi pensionati un contributo di solidarietà sarebbe stato doveroso.

 

L’intervento più importante è stato quello strutturale sul sistema pensionistico con effetti crescenti nel tempo nel taglio della spesa. Nulli nel 2012, i risparmi crescono a 3 miliardi nel 2014 e arrivano a 16 mld nel 2020. In gran parte sono prodotti dalla drastica revisione del pensionamento anticipato e in misura minore dall’accelerazione del pensionamento di vecchiaia delle donne nel settore privato. Il passaggio pro-rata al sistema contributivo a partire dal 2012 è assolutamente marginale producendo a regime risparmi di spesa inferiori ai 300 milioni di euro. Non è quindi affatto vero che “migliora equità e sostenibilità finanziarie del sistema e che liberà altresì risorse, anche nel lungo termine”.

 

L’età di pensionamento di vecchiaia è rimasta praticamente inalterata. I 66 anni indicati, con la positiva eliminazione della finestra, equivalgono alla situazione di fatto precedente. Anche in questo caso, tuttavia, sono stati colpiti i più deboli che, nel sistema contributivo, potranno essere costretti ad aspettare i 70 anni per andare in pensione. Con la riforma del 1995 e le successive modifiche era prevista la possibilità di andare in pensione a 65 anni più finestra con 5 anni di contribuzione. L’accesso al pensionamento a 66 anni prevede ora, nel sistema contributivo, un nuovo requisito di 20 anni di contribuzione e una pensione pari a 1,5 volte l’assegno sociale. In assenza di questi requisiti la pensione si potrà avere solo a 70 anni. Da notare che in questo caso potrà essere preferibile richiedere l’assegno sociale anziché aspettare di riscuotere la pensione.

 

Le donne del settore privato subiscono una brusca accelerazione (parificazione dal 2018) del percorso di parificazione con l’età di vecchiaia dei maschi. Per loro, come lo è stato ancor più per le donne del settore pubblico, si tratta di un processo che avviene in tempi estremamente rapidi, che non ha riscontro con processi simili avvenuti in altri paesi e a cui non corrispondono interventi in altri settori a favore delle donne. La misura risponde solo ad esigenze di cassa e di messaggio, difficile parlare di equità. E da aggiungere che su questo punto il sindacato sconta l’aver ignorato per lungo tempo il problema. La differenza di età di pensionamento tra uomini e donne, non esistente nella maggioranza dei paesi europei e in via di superamento negli altri, non era sostenibile nel lungo periodo e non lo era soprattutto dopo la parificazione avvenuta nel settore pubblico. Il sindacato avrebbe dovuto giocare di anticipo scambiando un innalzamento dell’età di pensionamento con provvedimenti sociali a favore delle donne. Affrontato in situazioni economiche diverse lo scambio sarebbe stato possibile, ora, come prevedibile, la parificazione c’è stata senza alcun vantaggio.

 

I limiti di età indicati sono quelli attuali. Con le misure adottate dal D.L. 78/2010 questi limiti sono triennalmente aumentati in base alla speranza di vita. Questo adeguamento, in base alla riforma Fornero, diventerà biennale a partire dagli aggiornamenti con decorrenza successiva al 1° gennaio 2019 ed è esteso alla pensione sociale e al requisito contributivo per l’accesso al pensionamento anticipato indipendentemente dall’età anagrafica. In ogni caso, secondo la riforma, l’età di pensionamento di vecchiaia non potrà essere inferiore ai 67 anni nel 2021 anche se l’adeguamento alla speranza di vita determinasse un limite inferiore.

 

Con queste norme siamo diventati il paese con la più alta età di pensionamento nell’Unione Europea. Peccato che non possiamo rivendicare un primato simile in tema di tutele contro la disoccupazione e la povertà.

                                                                                                                                                              (segue)

Sabato, 25. Febbraio 2012
 

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